
Diario 9Directory qui, directory li... ormai sogno anche di notte questo manuale-guida per le persone con disabilità. Stiamo facendo di tutto per terminare in tempo. Fortuna che a volte il lavoro mi concede delle “distrazioni”, altro lavoro certo, ma fuori da questo ufficio.
Sono le 11 del mattino e con Elisha mi reco al workshop di Amfiu. È a due passi dal nostro ufficio, in un complesso di edifici disposti intorno ad un grande giardino. Anzi i giardini sono più di uno, da cui il nome “Virina Gardens”. Amfiu è un'associazione ugandese che riunisce molte istituzioni di microcredito diffuse in tutto il territorio. L'incontro di oggi si inserisce nell'ambito della formazione che l'associazione offre ai soci e il tema scelto ci riguarda da vicino: “Gli Istituti di Microcredito e La Disabilità”.
Sono presenti più di trenta gruppi giunti da tutto il distretto. Flavia conduce l'incontro con competenza e abilità. E quanto tali workshop siano necessari si evince dal silenzio scaturito alla “semplice” domanda: cos'è la disabilità? All'imbarazzo iniziale seguono alcune prime timide risposte. Non è facile rispondere, perché verrebbe da dire “dai, la disabilità è... disabilità. Sappiamo cos'è”. Dopo i primi tentativi andati a vuoto e dopo alcuni suggerimenti di Flavia, i partecipanti iniziano a mettere a fuoco una definizione abbastanza precisa. Nell'aula si percepisce che tutte le menti sono al lavoro, quasi si sente il rumore degli ingranaggi e lo scoppiettio dei neuroni... manca poco per descrivere in maniera esaustiva la disabilità. Ma come un tiro colpito di collo esterno in cui, poco prima di arrivare a bersaglio, la palla si allarga e manca clamorosamente la porta accompagnata dal boato del pubblico, cosi succede quando il direttore di una piccola Sacco (Cooperativa di risparmio e credito), con aria savia e tono profondo, si lancia in una definizione di disabilità che non solo include una limitazione fisica-sensoriale-mentale ma che ingloba anche limitazioni emozionali e spirituali! La reazione indignata di tutti gli altri è immediata. Flavia riporta l'ordine e per mettere in chiaro le cose dà la sua definizione di disabilità: una limitazione fisica/sensoriale/mentale/ambientale. E Peter (il “nostro” Peter, di KADUPEDI) prende la parola e arricchisce di contenuto questa definizione, con alcuni esempi, situazioni vissute sulla propria pelle, che si porta dietro con un po' di fatica, come la fatica di muovere quelle gambe un po' storte e piccole rispetto al resto del corpo. È un piccolo saggio Peter, che cerca di mettere in luce gli aspetti positivi di ogni cosa, anche di quelle più negative; parla con dignità, in modo diretto ma con rispetto. Non cerca di suscitare compassione, non fa ricorso a sentimentalismi o pietismi, né nasconde gli atteggiamenti negativi di alcune persone con disabilità: “Le persone con disabilità sono come gli altri, con alcuni limiti che altri non hanno, ma per il resto uguali in tutto e per tutto. Con gli stessi diritti, non uno in meno, non uno in più. La disabilità è una condizione alla quale siamo tutti potenzialmente esposti.” E per commentare uno degli interventi precedenti fatto dal padre di una bambina sordomuta, aggiunge: “Non siamo migliori degli altri. È sbagliato dire che in certe cose siamo migliori di altri, sia perché spesso non è vero, sia perché significa mantenere l'assurda divisione tra i “normali” e gli “altri”.” E rivolgendosi ai direttori delle istituzioni finanziarie presenti, aggiunge: “Quando andiamo in banca e abbiamo i soldi ci chiamano per nome. Quando non abbiamo i soldi, ci chiamano con la nostra disabilità: ecco lo zoppo, il cieco, il disabile...”. Detto questo, si risiede, perché sa che il workshop ha dei tempi da rispettare, ma quante ne avrebbe ancora da dire! Senza protagonismo, senza il minimo tono polemico, con semplici osservazioni innegabili. Ed infatti in sala i partecipanti si scambiano sguardi e commenti di approvazione.
Le parole di Peter fanno da volano alle indicazioni di Flavia: le istituzioni finanziarie – come tutti, del resto – devono impegnarsi ad impedire le cosiddette “seconde incapacità” (quelle derivanti dalla discriminazione o dalla mancata attenzione ai bisogni specifici), cercando di favorire la partecipazione e l'inclusione delle persone con disabilità. Inoltre: in Uganda le persone con disabilità, che sono circa il 16% della popolazione, possono essere degli ottimi clienti. Se chiedono un prestito per avviare un piccolo business, i soldi che restituiranno non saranno dei soldi “disabili”! Quindi quando un impiegato propone al consiglio di accordare un prestito ad una persona con disabilità, non dovrebbe sempre sentirsi rispondere “Ma se non paga, poi paghi tu per lui”. Va valutata come ogni altra richiesta.
Dopo la foto di rito, il pranzo (a base di matoke, kassawa, carne di capra e riso) e la dimostrazione di 10 piccole cose che queste istituzioni possono fare – a costo zero – in favore delle persone con disabilità, arriva il nostro turno: proponiamo “l'undicesima” cosa che possono fare a costo zero, ossia concederci un'intervista al fine di far comparire la loro organizzazione nel manuale che stiamo realizzando e che sarà distribuito in tutto il distretto. Alcuni rispondono entusiasti, altri si fanno rincorrere, altri ci snobbano. Un elemento che questi gruppi hanno in comune e che non abbiamo riscontrato negli altri gruppi intervistati (ospedali, scuole, associazioni...) è che hanno sempre il timore di non poter dare “certe informazioni”; ulteriore dimostrazione che il mondo finanziario ha regole più rigide, anche in Uganda, e che anche dare semplicemente il nome del direttore può essere “un dato sensibile”, per cui c'è bisogno di un'autorizzazione scritta.
Alla fine del workshop ringraziamo Flavia per l'invito e per lo spazio che ci ha offerto, chiacchieriamo un po' sulla definizione di “persona con disabilità” e di “persona diversamente abile” (che da queste parti proprio non si usa) e ritorniamo a piedi verso l'ufficio. È caldo, il sole equatoriale qui a 960 metri si fa sentire bene, quasi rimpiango il vento che sento quando salgo in moto o quando vado in boda-boda.
Ah, i boda-boda! Il primo viaggio in boda è stato piacevole e divertente: il mezzo era tenuto bene, l'autista era prudente e il traffico quasi inesistente. Ma, ahimè, era un caso eccezionale. Le volte successive ho sempre viaggiato su moto con gli specchietti retrovisori rotti, il sellino mezzo svitato, il faro rotto o funzionante ad intermittenza, i poggia piedi inesistenti; e guidate da autisti alquanto abili (nel deviare gli ostacoli all'ultimo istante e nel accendere e spegnere il motore in presenza della minima discesa, per sfruttare l'inerzia e risparmiare benzina!) e decisamente“unici”, nel senso che credono di essere gli unici in strada. Ho imparato a pretendere prudenza nella guida prima ancora di dire la destinazione. Nonostante ciò a volte abbiamo fatto in moto il sentiero in salita percorso dai pedoni o dai 4X4 (ci sarà un motivo per cui moto e bici non ci passano, no?), siamo finiti dentro ad una pozza di fango (che ha tinto di marrone i pantaloni), ed altre situazioni simili. Una volta, di ritorno alla sera, la moto si è fermata in un tratto in salita, non voleva saperne di ripartire. Pioveva ed era quasi buio. L'autista ad un certo punto ha girato la moto, si è lasciato andare lungo il pendio e mentre si allontanava mi ha detto di cercare un altro autista! Beh, almeno ha avuto il buon gusto di non chiedermi la tariffa. Purtroppo i boda-boda a quell'ora erano pochi e quelli che passavano erano già occupati (anzi, direi “carichi”, visto che spesso sono usati per il trasporto promiscuo di materiali e persone – e qualche volta anch'io mi sono adeguato, con zaino, borsa con gli stivali e borse della spesa!). Non è difficile riconoscere uno di questi moto taxi, non solo perchè quasi non ci sono altre moto, ma anche perchè sono gli unici veicoli i cui autisti portano il maglione o la giacca ad ogni ora!
Pensavo che non si può dire di aver veramente vissuto la vita ugandese senza aver provato un viaggio su boda-boda. Perchè è veramente un'esperienza unica. Ma un viaggio in boda-boda a Kasese è niente in confronto ad un giro per Kampala con lo stesso mezzo. A Kampala ho fatto solo 3 giri in boda-boda, dopo l'ultimo (in cui ho più volte toccato le auto e i pulmini con le ginocchia, i gomiti, lo zaino...) ho appeso il casco al chiodo: mai più! Il traffico di Kampala è pazzesco e gli autisti sono ancor più pazzi!
Ritorniamo a Kasese per raccontare un altro episodio avvenuto per le strade, una cosa del tutto diversa, tutt'altra musica: di ritorno dall'intervista fatta a Kiima Foods, lungo una delle vie principali della zona popolare del paese ci siamo imbattuti nelle prove generali di una banda musicale. Una dozzina di ragazzi marciavano con tamburi, piatti, trombe ed altri strumenti, circondati da decine di bambini festosi. La nostra auto li ha superati a fatica lungo la via stretta e poi Augustine ha parcheggiato l'auto più avanti per permettermi di fare qualche foto. Devo dire che è stato uno dei momenti in cui ho sentito di più l'emozione di essere in Africa: il ritmo della musica, i colori delle magliette, i bambini che correvano sventolando in aria le mani e che con le grida e gli strilli di gioia imprigionavano la perfezione delle note impedendole di elevarsi a livelli troppo alti, come a dirle “stai qui con noi”. E quando mi hanno visto da lontano hanno iniziato a correre verso di me senza fermare gli schiamazzi, anzi. E in pochi attimi mi sono ritrovato circondato da tanti bambini che saltavano e salutavano nell'obbiettivo: poco prima facevano da cornice ad un “evento” importante (la banda del paese), ora erano al centro dell'evento (un video a Kasese!). Controvoglia sono tornato in auto e abbiamo ripreso la via verso l'ufficio. I bambini continuavano a seguirci correndo accanto alla nostra auto. Ho dovuto interrompere le riprese per dissuaderli da quella corsa un po' rischiosa. Ma sarei balzato giù per continuare a correre con loro. Ho pensato che nemmeno la disciplinata perfezione della musica è in grado di fermare l'incontenibile gioia dell'Africa, anzi, la precisione e la perfezione della prima sembrano fare da innesco alla libera effusione della seconda.
Appena giunti in ufficio ho scaricato tutto nel pc e l'ho mostrato ad Anne, che aveva assistito con me a quello spettacolo. Purtroppo il lavoro ci richiamava alle nostre scrivanie.
Tra le varie cose da fare, dovevo trovare una falegnameria in grado di produrre una cinquantina di yo-yo (oggetto mai visto da queste parti). Ho parlato con due falegnami. Il primo, più giovane, si è detto subito in grado di farli, persino in breve tempo. Alla sera è ritornato ma senza il prototipo, come aveva promesso. Voleva prima discutere sul prezzo. Gli ho detto che non avevo nulla in contrario ma che secondo me prima avrebbe dovuto provare a realizzarne uno per rendersi conto dei costi del materiale e del tempo impiegato. Mi ha detto che questo non era importante. Lui chiedeva 80.000 scellini a pezzo. Cioè circa 27 euro l'uno, un prezzo davvero esagerato. Gli ho fatto presente che sono cose molto semplici, fatte di materiali poveri e che il legno poteva essere lo scarto di altre lavorazioni. Ad un certo punto è sceso a 20.000, ma era ancora oltre il nostro budget. Gli ho detto di fare un prototipo e poi ne avremmo riparlato. Ma non l'ho più rivisto.
Il secondo falegname si chiama Mudaki Muhammud, è il direttore dell'associazione KALSA, lui stesso vittima di una mina. Prima del nostro incontro ero stato “messo in guardia” dai miei colleghi che mi avevano avvertito che Mudaki capisce l'inglese ma per principio non lo parla. I suoi sessantanni ed oltre gli hanno fatto vivere gli anni del colonialismo e pare che non ne abbia un buon ricordo.
La nostra conversazione inizialmente è stata un monologo, con lui che si limitava ad annuire o a commentare con brevi mormorii. Il bello è arrivato al momento di mostrargli in dettaglio come è fatto uno yo-yo: qualche foto, qualche video su youtube, le proiezioni geometriche. Su queste ultime si è creato il panico: che roba sono? Le guardava, le girava e rigirava, mi faceva domande ma poi si perdeva nelle risposte. Li ho capito la difficoltà che aveva nel comprendere il disegno, cosi ho preso due pezzi di carta, li ho ritagliati secondo le dimensioni reali dello yo-yo, vi ho fatto un buco in mezzo e vi ho infilato il tappo della bic. In quel momento le ciglia da aggrondate sono tornate distese e lo sguardo smarrito si è ritrovato. E l'immancabile “eeee” è stato la prova che aveva capito. Tuttavia al momento di salutarmi, si è preso tutti i fogli, inclusi i due dischetti di carta con il tappo in mezzo! Fantastico!
Dopo pochi giorni è tornato nel mio ufficio con due autentiche opere d'arte: aveva realizzato due prototipi abbastanza ben fatti. Ma la cosa stupefacente era che erano fatti di un pezzo unico di legno! Un lavoro immane e difficilissimo! Gli ho fatto i miei complimenti e l'ho invitato a fare qualcosa di più semplice, tanti pezzi in serie da incollare alla fine: mi sentivo morire nel suggerirgli di rinunciare all'unicità del metodo “artistico” in favore della razionale scomposizione del metodo “tayloriano”, ma non credevo che avremmo raggiunto il nostro obbiettivo altrimenti. Inizialmente mi ha guardato un po' storto, credendo che non apprezzassi il suo lavoro; in un secondo momento ha capito cosa gli proponevo e ha confermato che sarebbe stato più semplice. Allora mi ha invitato a visitare la sua falegnameria. Un'altra di quelle esperienze “uniche”!
Alcuni usano dire che certe cose avvengono/si trovano/nascono “only in New York”. Credo che le cose più belle e più tipiche siano invece “solo da qualche parte”, perchè nessun posto ha il copyright di “tutto”, ogni luogo mostra la sua unicità, i colori, i odori, l'ordine preciso piuttosto che casuale, la peculiarità di certi oggetti, i dettagli che lo rendono inimitabile, i segni della cultura di un popolo. E quando sono entrato nella falegnameria di KALSA ho pensato: “solo qui”. Dalla strada un piccolo cartello ne indica l'esistenza, e l'erba del prato in discesa quasi ti conduce da sé ad una tettoia sostenuta da due muri di recinzione e da alcuni pali di legno; li sotto alcuni tavoli, sedie e vecchi mobili coperti di strumenti, sacchi, tavole e materiali di lavoro; fuori lo “scheletro” di un letto in lavorazione; qua e là trucioli e segatura; qualche pietra, forse usata come contrappeso. Et voilà, la falegnameria è servita!
Mudaki mi mostra alcuni lavoretti e le corde di foglia di banano fatte da lui. E poi arriva l'inatteso affare: mi propone uno scambio a suo giudizio più che onesto, la mia macchina fotografica in cambio di una delle tavolette da toilette per disabili (in pratica uno sgabello con il buco). Già mi vedevo in aeroporto con la tavoletta da bagno al collo al posto della samsung: mi avrebbero fatto passare? Si, mi avrebbero fatto passare per matto, credo.
Non mancano gli “spettatori” che si affacciano dai muri di cinta per assistere e prendere parte alla nostra conversazione. Unico commento: “only in Kasese”!
Diario 8“Che cos’e’ un divieto?”. La voce paziente di Wilson interroga i bambini della scuola Kanyatzi. E’ l’inizio della prima sessione di mine risk education. Dopo un primo momento tutti insieme, gli studenti sono stati divisi in due gruppi, secondo l’eta’ (7-13 anni il primo gruppo, 14-18 il secondo). Ora tocca ai bambini che pendono dalle labbra di Wilson e seguono con estrema attenzione ogni suo gesto ed ogni sua parola. Wilson sta sondando la loro capacita’ di distinguere tra cose lecite e cose vietate. Si parte da qui per aggiungere, alla lista delle cose che non si devono fare, un nuovo insegnamento: non toccare le cose che non conosci. Poi a due bambini viene chiesto di mostrare ai propri compagni cosa fanno quando trovano una cosa che conoscono/che non conoscono. E qui viene fuori tutta la loro creatività’, la loro innata capacita’ di immedesimarsi e recitare con naturalezza, caricando i personaggi con smorfie ed espressioni plateali. Dei veri attori in miniatura! Osservandoli, mi viene da pensare a quanto indietro siamo in Italia, dove l’insegnamento e’ nozionistico, passivo e punta a sviluppare esclusivamente la parte intellettuale, soffocando il bisogno fisico-motorio, il bisogno affettivo, la creatività’, impedendo, cioè’, lo sviluppo integrale della persona, di ogni sua componente. Abbiamo dimenticato il significato di educare, di “educere”: tirate fuori quello che c’e’ dentro, sviluppare tutte le potenzialità’ del bambino, del futuro uomo. Amnet-R, invece, a partire dal supporto ricevuto da HI, conduce sessioni in cui l’insegnamento passa attraverso il gioco, il canto, la recitazione, l’interrogare i ragazzi sulle cose che sanno e il condurli a ragionare con mezzi propri su cose prima sconosciute. Anche Jackson e’ un maestro in questo: quando prende posto accanto ai poster con i disegni dei comportamenti da tenere in caso di ritrovamento di un ordigno, da serio e composto si trasforma in una “macchietta” in grado di trascinare i bambini nel cantare e recitare. Tutti a ripetere le gesta di Jackson: ci si inchina a toccare i piedi, poi le ginocchia, la testa, gli occhi, le braccia, poi il corpo si lascia andare come se venisse meno il sostegno delle gambe; ogni movimento e’ accompagnato da un ritornello recitato nella lingua locale e che ricorda cosa ti puo’ succedere quando non sei prudente.
Questi bambini sono cosi partecipi e desiderosi di fare del loro meglio che una delle attivita’ proposte per poco non determina l’effetto opposto di quello desiderato: accade quando viene formato un gruppetto di calciatori dove ognuno di loro ha un grado diverso di mobilita’ (dal normodotato, al nonvedente al ragazzo in ginocchio che simula una doppia amputazione alle gambe). Ebbene, il ragazzo in ginocchio con un’energia incontenibile e il disprezzo per il dolore delle ginocchia trascinate sul pavimento grezzo ha sbaragliato tutti gli altri! Era una vera furia! A guardarli, sembrava quasi che il non avere le gambe ti permetta di giocare a calcio meglio degli altri!
Durante la pausa tra i due gruppi, Wilson mi ha chiesto quali fossero le mie impressioni e se avevo qualche consiglio. Come, io avevo solo da imparare da quello che vedevo! Mi sono permesso, pero’, di proporre un'attività’ molto semplice e tesa a dare un’immagine molto chiara degli effetti di una mina. Citando l’autore (il “nostro” Manuele!), ho proposto di mettere dei fogli colorati sotto alle sedie dei ragazzi. Durante la sessione, viene chiesto ad ognuno di controllare il colore del foglio che gli e’ capitato. Se ti tocca il rosso, significa che sei la vittima della mina; il giallo indica che sei stato ferito; il nero, che sei un famigliare della vittima. E cosi mettendo anche solo due mine (due fogli rossi) si vede l’impatto devastante che esse anno: tutti, in un modo o nell’altro, risultano colpiti dai suoi effetti. Adattando l'attività’ al contesto locale, si può’ chiedere ai ragazzi di interpretare il personaggio che gli e’ toccato; ad esempio le vittime possono sdraiarsi a terra, i famigliari piangere, ecc... (La proposta ha suscitato molto interesse e, dopo averla esposta anche al capo missione di HI, e’ stata inserita tra le attività’ da svolgere durante le lezioni di educazione al rischio! Quanta strada per un pensiero partorito su una panchina della fiera “4 passi verso un mondo migliore” a Maserada sul Piave!).
Al termine di entrambe le sessioni, diverse per tipo di linguaggio e strumenti adottati, ai ragazzi sono state distribuite le magliette con stampato il disegno di una mina e “Non toccare”. Questo e’, ovviamente, il momento in cui ogni controllo sulla disciplina dei ragazzi si perde, perché’ tutti vogliono impossessarsi del loro “trofeo” e non rischiare di tornare a casa a mani vuote. Ecco perché’ viene fatto come ultima cosa prima di partire e le magliette vengono tenute nascoste nel fuoristrada fino all’ultimo momento.
Un risultato sperato di queste sessioni e’ “formare dei formatori”, ossia che i ragazzi formati si facciano eco del messaggio ricevuto: a casa, con gli amici, con gli altri studenti. E per me e’ stato significativo vedere, subito dopo la foto di gruppo fatta in giardino, che i 60 ragazzi formati stavano già’ insegnando ai compagni di scuola che non avevano preso parte alla mine risk education la canzone imparata da Jackson! Con quanto orgoglio e ostentata padronanza della materia, vestiti con i trofei appena conquistati, ripetevano i gesti e il ritornello imparato; ognuno con il suo tempo e le sue esitazioni, ok, ma pur sempre già’ “impegnati” sul campo!
Questa scuola si trova in un villaggio quasi irraggiungibile, in montagna, al confine con il Congo. È impensabile riuscire a controllare il flusso di persone/di soldati in quest'area: foreste, gole, corsi d'acqua, sentieri nascosti dalla vegetazione... tutto sembra favorire il non-controllo. E cosi è stato nei decenni scorsi: eserciti stranieri, truppe ugandesi, gruppi ribelli di varie provenienze hanno attraversato questi luoghi lasciando dietro di sé mine e altri ordigni.
Terminate le due sessioni, i miei compagni di viaggio decidono di condurmi sulla linea di confine con il Congo. Arrivati ad 1 km dalla meta i poliziotti del check point mi bloccano “perchè non ha il visto per il Congo”. “Ma non attraversiamo il confine”, “Non importa, tornate indietro”. E cosi facciamo retromarcia, con mio sommo rammarico. Ma dagli sguardi d'intesa di questi tre scaltri ciceroni mi pare di cogliere un certo compiacimento. Improvvisamente svoltiamo a destra, dentro al mercato. Subito dopo ci infiliamo tra due casette sul lato destro ed iniziamo a salire lungo una di quelle “strade” che già al mattino al nostro arrivo mi avevano fatto temere di dover abbandonare l'auto, vuoi per il pericolo di incastrarsi nelle buche, vuoi per i continui salti che quasi ti sbalzano fuori. Dopo qualche minuto – durati una vita! - arriviamo su una spianata con un grande giardino molto curato. Scendiamo, osservo il monte che si distende di fronte a noi e Jackson mi annuncia “Quello è il Congo!”. Può sembrare sciocco, ma l'emozione è stata davvero forte. Vuoi perchè “Congo” per me significa il cuore dell'Africa, vuoi per i Fun & Sound e gli incontri fatti sulle guerre in quella terra, o per alcuni amici che da li provengono (Nicolas!) o che sono li in missione (Renzo!), vuoi per il missionario padovano p. Longo che vi ha speso (fino al sacrificio) la vita... insomma, le ragioni sono tante e sentire pronunciare “Quello è il Congo” per un attimo ha fermato l'orologio dei miei pensieri, richiamando e fissando nella mia mente tutti i volti e le storie che hanno in qualche modo intrecciato la mia vita con quel paese.
Purtroppo non abbiamo tempo, ripartiamo perchè c'è un gruppo che ci aspetta. Sono due rappresentanti di un'associazione congolese, Étoiles de Paix. Provengono da Mutendero a 30 km dal confine con l'Uganda. Da 5 anni circa sono impegnati in attività “spontanee” di mine risk education, educazione alla pace ed ai diritti umani. Nella totale assenza di progetti governativi e non, il loro impegno, per quanto ridotto e limitato, è l'unico svolto in un'area dilaniata da numerosi conflitti.
Sono venuti a conoscenza delle attività di Amnet-R grazie ai programmi radio su risk education che due volte alla settimana il personale di Amnet-R conduce su una emittente locale che raggiunge anche il vicino Congo. A Mutendero parlano la stessa lingua locale di Kasese e pare che il problema di mine/uxo sia maggiore rispetto a Kasese. Amnet-R, che vorrebbe ampliare il raggio delle proprie attività, è disposta a fornire supporto alle attività di Étoiles de Paix, ma attualmente non ha i mezzi per farlo.
Durante il ritorno, Wilson ci racconta che poco distante da qui alcuni uomini, dopo aver ascoltato uno dei messaggi radio di Amnet-R, si è presentato nella scuola dove era in programma la sessione di educazione al rischio e, con la massima naturalezza ed una punta di orgoglio, hanno chiamato Wilson e Jackson per dire loro che “quando avete finito qui potete venire giù al bar del villaggio, dove ci ritroviamo. Perchè abbiamo trovato un ordigno in un campo ed in attesa del vostro arrivo l'abbiamo messo nel bar”. Ai nostri collaboratori si è gelato il sangue. Per quegli uomini era un'azione ragionevole e forse anche lodevole. E non è l'unico episodio che fa capire quanto bisogno c'è di educazione (non solo risk education, un'educazione più ampia), informazione e interventi tempestivi.
A distanza di pochi giorni, infatti, un altro gruppo, dopo aver ritrovato un ordigno in una foresta, ha portato lo stesso nella capanna dove erano soliti ritrovarsi. Appena appoggiato sul tavolo al centro dell'unica stanza, l'ordigno è esploso, distruggendo il tetto. Miracolosamente nessuno è rimasto ferito.
Non nascondo che questi racconti ascoltati dalla voce emozionata e partecipe di Wilson e uniti alla surrealità ed al “fortuna che nessuno si è fatto male” non ha mancato di suscitare qualche sorriso nello staff. Subito seguiti da un “mio Dio...”. Si, c'è tanto lavoro da fare.
Sfortunatamente non solo sul fronte della mine action. Il mio penultimo weekend trascorso a Kasese è stato speciale, perché grazie a Jackson, Stephen (di Kadyfa) e Wilson (un altro Wilson, dal Governo Locale) ho potuto vedere numerose realtà di cui nessuno mi aveva parlato.
Forse per via del mio ruolo “meno ufficiale” rispetto al resto dello staff, forse perchè hanno visto nei volontari della Campagna Mine certe competenze spendibili nel loro territorio o più semplicemente come speranzosa richiesta di aiuto, mi hanno condotto in un vero e proprio “tour dei conflitti”. Siamo partiti dai confini del parco nazionale Queen Elizabeth. Ai margini del parco vivono molte famiglie di contadini che coltivano le non molte terre a disposizione (per via di terreni montuosi, aree per la pastorizia, mine, parchi naturali, animali feroci...). Coltivare per loro significa, in primis, contrarre un debito con la banca ad inizio stagione (per poter acquistare i semi e magari anche affittare un trattore). Dopo settimane o mesi di lavoro, poco prima del raccolto, può capitare che passi un elefante e distrugga tutto. E in quel “tutto” c'è anche l'oggi e il domani di intere famiglie che hanno come unico sostentamento i frutti della terra. E purtroppo come dappertutto le banche, di fronte ad un' insolvenza, non accettano la scusa dell'elefante. Se non paghi, viene e prenderti la polizia. Nessuna legge tutela questi contadini. Anzi, anche l'uccisione di un animale del parco comporta la reclusione.
Quindi, che fare? I contadini lasciano le loro case e si trasferiscono in mini capanne di paglia tirate su alla meglio nel campo che devono coltivare. Li, senza acqua né luce, trascorreranno tutto il tempo necessario al raccolto. Ciò significa abbandonare le case (e ci potranno tornare? Le troveranno occupate?); per i bambini significa lasciare la scuola; per gli adulti, fare turni di notte ed appiccare continui falò per difendersi dagli animali feroci. Il tutto a rischio della propria vita e senza garanzia di riuscire a fare il raccolto.
Questo conflitto tra i contadini e il parco/governo è molto diffuso in tutta l'Uganda e necessità di un intervento su scala nazionale. I parchi sono un'attrazione turistica non da poco per il paese. Ma i vantaggi non possono essere solo per le casse nazionali. Come il 20% del prezzo dei biglietti viene destinato alle comunità dei villaggi che vivono entro i confini dei parchi, cosi una quota dovrebbe essere destinata a tutela di chi vive e lavora ai margini dei parchi (ed impiegata, ad esempio, per costruire degli sbarramenti che possano contenere gli spostamenti degli animali).
Nell'area di Munkunyu, poi, c'è un altro conflitto che riguarda altri contadini. Qui i coltivatori, che sono in maggioranza ed appartengono ad una tribù locale, sono in perenne conflitto con la tribù degli allevatori. Il motivo del conflitto è lo sfruttamento delle acque di un piccolo fiume. L'acqua sarebbe sufficiente per le esigenze di entrambi i gruppi, ma per via degli sbarramenti provocati dai rami trasportati dal fiume e dei canali “abusivi” creati da agricoltori e dagli allevatori risulta essere insufficiente. Ogni 2 o 3 mesi alcuni membri delle tribù attaccano i villaggi della tribù “nemica” ed ogni anno si contano alcuni morti. Un rappresentante del governo locale, che avrebbe dovuto vigilare sulla corretta gestione delle acque, ha permesso che la tribù dei contadini, che è la maggioranza e a cui il funzionario stesso apparteneva, utilizzasse l'acqua a suo piacimento. In diverse occasioni degli “esperti” inviati dal governo nazionale hanno fatto dei sopralluoghi in quelle aree, ma non c'è stato alcun esito o intervento. Ora la diffidenza è tale che se qualcuno si reca in quei luoghi, come è successo a noi, rischia che gli venga negato il “permesso” di visitarli.
Infine sono stato condotto al villaggio che sorge sulla striscia di terra che separa il lago salato Katwe dal lago Edward. Qui gli uomini si dedicano quasi esclusivamente a due attività lavorative: l'estrazione del sale e la pesca. Purtroppo, però, sono molti quelli che non sono in grado di svolgere queste attività e che trascorrono le giornate in ozio. Tale situazione, unita all'isolamento del luogo, ha portato ad un crescente uso di sostanze stupefacenti ed abuso di alcolici, prostituzione, livelli di Aids superiori ad ogni altra regione ugandese, vendita dei figli in cambio di denaro, abusi sessuali su minori, sfruttamento del lavoro minorile. Mentre in auto attraversavamo la via principale del villaggio, alcune persone erano a terra a smaltire l'effetto delle droghe. Una persona, insultata dagli uomini intorno, si aggirava nei pressi del bar urlando e farneticando. Stephen avrebbe voluto fermarsi, “perchè stanno per picchiarsi”. “Appunto, motivo in più per andarcene”. Si, mi sono sentito molto a disagio e non al sicuro.
Queste tre situazioni sono solo alcune delle molte che, mi dicono, sono presenti nel distretto e nel Paese più in generale. Al punto che in occasione della giornata internazionale della pace (21 settembre) un professore universitario, Chris Dolan, preoccupato dai recenti scontri e disordini in alcuni distretti del paese, ha scritto un articolo sul principale quotidiano ugandese invocando l'avvio della tanto attesa e necessaria politica di riconciliazione e prevenzione dei conflitti, augurandosi che durante lo svolgimento delle elezioni politiche del prossimo anno tutto possa svolgersi pacificamente e che le forze armate si limitino a garantire l'ordine, senza decidere di parteggiare o prendere il potere.
Sembrava tutto troppo bello per essere vero: un Paese che dopo più di 25 conflitti sta vivendo un periodo di pace e sta avviando un certo sviluppo economico. Evidentemente, però, dopo tante guerre non basta impegnarsi a ripulire il terreno dagli ordigni per tornare alla normalità. In Uganda non c'è mai stato un processo di riconciliazione per il superamento degli odi e dei traumi, non c'è stata giustizia, né una memoria storica condivisa, non c'è integrazione per chi ha passato anni a guerreggiare, non c'è nemmeno un'educazione più generica alla convivenza civile (non che l'Uganda sia un cattivo esempio, purtroppo in questo desolato quadro vi figura insieme a molti altri paesi tra cui, per certi aspetti, anche il nostro). Se non fosse per l'indole alquanto mansueta di questo popolo, qui non avrebbero mai sotterrato l'ascia.
Per tutte queste situazioni Amnet-R, KADYFA e Kiima Foods hanno lanciato un appello: loro vorrebbero impegnarsi per tentare di risolvere questi problemi, ma hanno bisogno di risorse umane, economiche e di competenze.Hey, c'è qualcuno in ascolto?!?!?!?!?
DIARIO 7
“Morning”, “Morning, how are you?”. “I’m ok, and you?” “Eeeee”
Questo e’ il ritornello di ogni mattina, scambiato a ripetizione tra me e i ragazzi e le ragazze che alle 7:15 si recano alla scuola di Muyenga, il villaggio dove e’ situata la nostra (scandalosamente bella) casa. I primi giorni destavo sorpresa e, credo, qualche timore: un muzungu in giro a quell’ora e per giunta a piedi? Tutt’oggi sono squadrato sin da lontano, poi gli sguardi si abbassano in segno di rispetto, per rialzarsi accompagnati da un gran sorriso per rispondere al mio saluto. Non prendono l’iniziativa, intimoriti da questa faccia foresta che se ne va in giro con zaino, marsupio e, a volte, borsa con gli stivali e casco. Richard, proprio ieri, mi ha detto che era da un po’ che voleva fermarmi e parlare con me, sapere da dove vengo, cosa faccio qui, chi sono. Tutti i giorni lo incrocio lungo la via e sin dalla prima volta mi ha colpito per l’aspetto simpatico e facilmente riconoscibile per via dei denti sporgenti.
DIARIO 6
Scendendo dalla collina, a meta’ strada tra la casa e l’ufficio, c’e’ un asilo/scuola elementare, poco prima delle case dei poliziotti. E’ la parte piu’ bella del tragitto: tantissimi bambini con il grembiulino e lo zaino esageratamente grande, camminano in gruppetti di tre o piu’; il vederli ti mette allegria per quanto sono rumorosi e buffi. A volte quando ci incrociamo si fanno silenziosi, ma gli occhi sgranati raccontano tutto il loro stupore; alcuni mi chiamano da lontano, sventolando le mani, altri si atteggiano ad adulti, cercando di esibire un portamento distinto e serioso che per me e’ proprio uno spasso! Il sabato i figli dei poliziotti sono in “giardino” sin dalle prime ore del mattino. Alcuni giocano con una palla improvvisata, altri con fasci di ramoscelli spazzano il cortile. Un giorno ho visto un bambino di 4 o 5 anni rincorrere una gallina impaurita brandendo un piccolo bastone. Dietro di loro, comprensibilmente in ritardo, il fratellino li rincorreva con un mini bastoncino. Sono scene che vorresti gustare a lungo; peccato che quando ti vedono abbandonano le loro attivita’ per portarsi sul ciglio della strada e sventolare le manine urlando “Hi muzungu! muzungu!”.
Da qualche giorno incontro una persona anziana, dall’aria molto modesta, per non dire abbiente, che si reca al mercato. Ricordo il primo giorno, quando lo salutai, la gioia nel suo sguardo per essere stato considerato degno di uno scambio di saluti.
Gli ugandesi non rispecchiano lo stereotipo africano delle persone sempre allegre, gioiose, chiassose, vestite di colori sgargianti, sempre pronte a ballare e a cantare. Almeno non pienamente. Sono persone rispettose, timide piuttosto che estroverse, riservate. Con un grande senso di dignita’ e di decoro (in ufficio lo “straccione” sono io, perche’ non sempre indosso la camicia – anzi, molto raramente – e non ho l’eleganza, per dire, di una Doreen, quotidianamente in tailleur). Le ragazze portano i capelli molto corti, poco piu’ lunghi dei ragazzi. Mi dicono che e’ un tratto tipico dell’Uganda, negli altri paesi africani di solito non e’ cosi. Gli uomini non sono molto alti, anzi. Solo alcuni giovani si “stagliano” sopra il metro e settanta! (per una volta, mi ritrovo nella categoria degli “alti”! e’ una sensazione che... ti da’ quasi le vertigini!) I giovani, che spesso sfoggiano baffetti o pizzetto ad imitazione degli adulti, sono quasi tutti magri, a differenza delle ragazze, che tendenzialmente sono robuste. Inoltre le ragazze battono i ragazzi anche in altezza: non e’ raro, in un gruppo, notare che la persona piu’ alta e’ una ragazza.
Mi piace, ogni volta che ne ho l’occasione, fermarmi a parlare con le persone del posto. Passo le giornate in ufficio, ma ho sete di conoscere la gente, le loro storie, i loro usi, cosa pensano... e proprio per questo tra i miei colleghi – non locali – ho una sorta di reputazione di “strambo”: “ma come? Ti fermi sul cancello a parlare con la guardia, abbassi il finestrino per stringergli la mano... sei incredibile...”. Per me e’ del tutto naturale. Ed e’ il bello di questo tempo: invitare Aida in casa a mangiare l’avogado e la papaya (con la scusa di insegnarmi a sbucciarli), portare una mela ad Hamidu, festeggiare il compleanno con Elisha (anche lui nato il 06/09/1978!), tornare dalla messa con Godfrey... Sono certo che quando tra qualche tempo ripensero’ all’Uganda, non pensero’, in prima istanza, al lavoro svolto o ai colleghi incontrati (non perche’ non li apprezzi), ma mi torneranno in mente le chiacchierate con Golias (Golias, ma lo parli davvero l’inglese, o ripeti solo yes?), le battute con Joshua, il “are you getting me?” (“mi segui?”) di Johnson ogni qualvolta vede perplessita’ nel mio sguardo. E le loro storie.
Ed anche quella di Ahab, membro dell’associazione Kalsa, che riunisce le vittime di mine di Kasese. 45 anni circa, viso rotondo e occhi grandi che ti raccontano gia’ a prima vista la sua mansuetudine prima ancora di coglierla dalle sue parole, pronunciate con un filo di voce, sempre con umilta’ e rispetto. Nel 1991 e’ incappato in una mina. Dopo le cure mediche e il ritorno al suo villaggio, si e’ chiuso a lungo in casa, rifiutando ogni contatto con il mondo, incapace di accettare la disabilita’ e la “vergogna”. “La mia vita era stata sconvolta. Tutti i miei sogni erano distrutti, cancellati. Per me nulla aveva piu’ senso. Piu’ di tutto sentivo il peso della vergogna, prima ancora del pre-giudizio degli altri. Mi sentivo inutile, un uomo non piu’ uomo. Poi ho incontrato Amnet-R: Wilson e la sua associazione mi hanno ridato speranza, fiducia, mi sono sentito di nuovo una persona. Con il loro aiuto, mi sono ritirato su, come il tuo yo-yo. E oggi ho una nuova vita”. Sapete cosa vuol dire sentire una persona parlare in quel modo? Ti senti come un punchball colpito da un diretto: vai a terra, travolto dalla sofferenza di quella persona, ma un attimo dopo ritorni su, rinfrancato dal suo coraggio e dalla solidarieta’ che ha ricevuto.
Ahab mi ha raccontato la sua storia durante un incontro che si e’ tenuto in ufficio con i partners di HI per parlare di Victim Assistance. E durante quell’incontro ho conosciuto anche Mary, di Kadiwod, un’ associazione che aiuta le donne disabili di questa citta’. La sua storia personale non la conosco ancora, ma quante storie ti puo’ raccontare lei! quante donne diversamente abili grazie alla solidarieta’ di altre persone con disabilita’ sono riuscite a raggiungere una qualita’ di vita prima impensabile! Non esclusivamente in termini di benessere materiale, ma in termini di liberta’ dalla “colpa” di essere disabile, liberta’ dal giudizio e dall’ignoranza delle persone; benessere in termini di capacita’ di saper socializzare e stare in mezzo alla gente “normale”. “Spesso siamo noi disabili che ci condanniamo prima ancora che lo facciano gli altri. Dico sempre alle mie donne: se devi andare da qualche parte, se devi muoverti, non rinunciare in partenza. Se devi prendere il bus o andare in auto con qualcuno, siediti davanti o dove puoi avere spazio per le gambe. Non aspettare che siano gli altri a cederti il posto. Fatti coraggio”. E lei puo’ permettersi di parlare di coraggio, visto che ogni giorno combatte contro credenze vecchie di centinaia di anni, contro la diffidenza della gente (“i disabili non sono capaci di fare nulla”), contro i timori legati alle superstizioni, oltre che contro gli ostacoli posti dall’ambiente e dalle infrastrutture non adatte a chi non e’ normodotato. (Forse dovrei usare il termine “persone con disabilita’ o diversamente abili”, ma in Uganda “disabile” e’ molto usato. E “diversamente abili” non e’ ancora comunemente acquisito. Come in Italia, del resto).
Qualche giorno dopo Mary e’ venuta nel mio ufficio, di buon mattino. E’ bello ascoltarla, con il suo inglese semplice e ponderato, il suo gesticolare, il ripetuto aggiustarsi sulla sedia (poco confortevole per via del problema che ha alla gamba), con gli occhi che, quando parla del suo lavoro e delle “sue donne”, accompagnano ogni singola parola e ne accentuano il peso con sguardi profondi e fissi sugli occhi dell’interlocutore. “E’ importante andare nei villaggi e parlare con le famiglie delle persone con disabilita’: e’ gente che, quando vede un bianco o qualcuno che dice di volerli aiutare, non si fida, perche’ pensa che non sia li per il loro interesse. Ma quando a parlargli e’ una persona come me, che ha problemi simili a quelli del figlio o della figlia, allora la gente presta ascolto”. Mi racconta che magia e stregoneria hanno ancora una forte influenza sulle persone e che l’epilessia, ad esempio, e’ considerata un maleficio, un incantesimo di qualche strega; gli albini sono da evitare, si deve stargli lontano, specialmente le donne incinte “altrimenti ti attaccano quella maledizione e anche tuo figlio nasce cosi”. Se hai un bambino non vedente, dice la gente, non devi portarlo a scuola, perche’ lo spirito malvagio che l’ha portato in casa tua, appena vede che non c’e’ piu’, te ne porta un altro.
A volte a peggiorare ulteriormente la condizione delle persone con disabilita’ c’e’ anche l’invidia, esacerbata dall’ignoranza. Una ragazza non vedente di Kasese era stata portata nella capitale da un’organizzazione umanitaria, per insegnarle a cucire. Alla fine del corso le avevano dato tutti gli strumenti necessari per avviare una piccola attivita’. Ebbene, la famiglia ha venduto il tutto “perche’ cosa se ne fa lei che e’ cieca?”.
Oggi piove, Mary, come tutti gli ugandesi nelle giornate senza sole, indossa un maglione pesante. Finisce i suoi racconti, mi ringrazia per averla ascoltata (ma sono io in debito con lei per questa chiacchierata!), prende il bastone e si avvia verso il parcheggio, dove ad attenderla c’e’ il boda boda con cui e’ arrivata in ufficio. La strada e’ scivolosa, i boda boda sono poco sicuri per definizione, inoltre la disabilita’ non l’aiuta; eppure lei e’ venuta sin qui appositamente per consegnarmi il foglio con il logo della sua associazione . Si sistema sul sedile posteriore, rigorosamente di lato, rivolta verso il ciglio della strada, come tutte le donne che viaggiano su un mezzo a due ruote, e con aria serena ritorna al suo ufficio, dalle “sue donne”. Da dove prende tutto quel coraggio e tutta quella forza per sfidare il mondo ogni giorno? La osservo e penso che Mary ha una missione da compiere, che ne e’ pienamente consapevole e che non si fermera’ fino a quando non l’avra’ compiuta.
Le donne sono le protagoniste dell’Africa, non dell’Africa che scatena guerre e conflitti, ma dell’Africa che si fa carico dei bisogni della famiglia, che lavora instancabilmente, che tiene unita la famiglia anche quando il marito se ne va, dell’Africa che sente forte il senso della comunita’ e che non si ferma davanti alle innumerevoli difficolta’ di questo continente. Le donne dell’Umoja Tailoring Group non fanno eccezione.
E’ la mia seconda uscita sul campo, di nuovo in compagnia di Elisha. Arriviamo in un villaggio abbarbicato su una collina che pare essere appena stata battuta da una tempesta di sabbia. Siamo reduci da una visita al Save the disabled child, una scuola professionale dove ci hanno illustrato tutte le attivita’, mostrato la falegnameria (che consiste in due tavoli di lavoro in strada), la sartoria (con le macchine da cucire Singer degli anni ‘60), la stanza dove allestiranno l’aula di informatica e... il sito dove stanno costruendo i bagni (essere in grado di costruire un bagno “vero” e’ qualcosa di eccezionale!). Arrivati ad Kisinga, scendiamo dalla moto e chiediamo informazioni alla gente del posto. Ci indicano un edificio poco lontano da li. Arriviamo sulla soglia e ci presentiamo. L’accoglienza e’ cordiale ma non “travolgente”. Ci fanno accomodare su due sgabelli al centro della stanza, che merita di essere descritta in dettaglio. E’ grande
Elisha spiega il motivo della nostra visita, che era stata anticipata da una telefonata, e inizia con le domande del questionario. Le loro voci sono quasi impercettibili, sembra si stia svolgendo una funzione religiosa, dove il mio compagno e’ il celebrante e queste donne i fedeli riuniti in preghiera. Elisha, che e’ single, non disdegna di essere al centro dell’attenzione di cosi tante signore e ragazze. Si da’ un’aria importante e le sue affermazioni, pronunciate in modo grave e solenne, quasi ieratico, sono scandite dal “eee” pronunciato dall’assemblea in segno di comprensione e di approvazione. A volte si sente un “auuuu”. E’ segno di stupore. Non comprendo la lingua locale, ma mi stupisce notare che in numeri e alcune espressioni come “in order to”, “apart from...” sono in inglese.
Questa associazione riunisce donne che insegnano a cucire e a come gestire piccole somme di denaro, alle quali le socie possono avere accesso, specialmente nei casi in cui i mariti le hanno abbandonate con i figli a carico o, per varie ragioni, non provvedono al sostentamento della famiglia. Il laboratorio e’ la sede ufficiale e rappresenta anche un luogo di ritrovo e di socializzazione per tante donne del villaggio.
Alla fine dell’intervista chiedo il permesso di fare qualche foto: 5 secondi di silenzio, smarrimento generale, e poi in un amen i tavoli e le panchine vengono spinti, trascinati e accantonati. Si crea uno spazio prima impensabile e il gruppo vi si dispone a mo’ di squadra di calcio (accosciati, seduti, in piedi). Alcune, preoccupate, sembrano pensare “oddio non mi sono pettinata o vestita a dovere per questa occasione”. La mia richiesta, per loro inattesa quanto inusuale, rende l’atmosfera piu’ cordiale e meno ufficiale. Ci salutiamo con tanti sorrisi e ringraziamenti.
Appena fuori io ed Elisha ci guardiamo e ci intendiamo al volo: sono le due passate e la fame e’ da un po’ che si fa sentire. Andiamo in cerca di un posto “dove puoi mangiare anche tu”, mi dice. Compriamo per me del chapati e dei mandazi (palline di pane fritte, un po’ dolci). Poi entriamo in un ristorante veramente tipico. Io con il mio cibo al sacco! La stanza non e’ molto diversa da quella di prima, fatta eccezione per la porta che da sul retro, dove due donne stanno cucinando. Ci accomodiamo su due panchine, a destra dell’entrata. I tavoli sono bassi, all’altezza delle ginocchia. Elisha ordina carne di capra bollita e una specie di polenta fatta con una farina verdastra: con maestria ne prende un po’ con la mano, la appallottola agitando la mano come se dovesse lanciare i dadi del monopoli e poi la intinge nella salsa del bollito. Le posate non sono contemplate. Di fronte a me, all’altro tavolo, un signore con una folta barba, dopo aver fatto il segno della croce, inizia a mangiare il pollo bollito, sputando la pelle e gli ossi accanto al proprio piatto. Poco dopo arriva un altro cliente che si siede proprio a quel tavolo e proprio in quel punto. Spostano gli scarti e gli servono da mangiare. Mentre mangia, la cameriera gli rovescia nel piatto i resti del bollito del cliente che sta uscendo. Il tutto si svolge con la massima naturalezza. Ed in effetti cosa c’e’ di piu’ giusto e naturale del condividere il cibo senza buttarlo via? E poi se sei entrato in un ristorante e’ perche’ hai fame e non ti chiedono se vuoi finire gli avanzi di un altro (per giunta gia’ pagati), perche’ e’ ovvio.
Finito il pranzo, appena fuori dalla porta, c’e’ una piccola botte con un sapone, dove ci si lava “fino ai gomiti”. Proprio accanto a dove due caprette stanno affilando e testando la forza delle giovani corna.
Elisha ed io riprendiamo il nostro cammino che quel pomeriggio ci portera’ ad incontrare i responsabili di due SACCO (piccole associazioni di risparmio, tipo “cassa peota” veneta). Durante una sosta in un villaggio, intento a fotografare il panorama, vengo attirato dal timido richiamo di una bambina (“Hey muzungu!”). Mi avvicino, lei si nasconde dietro alla mamma, seduta accanto al pozzo, alle prese con la preparazione della cena. Le sorrido e allungo la mano per presentarmi. E’ intimorita, ma si fa coraggio con la curiosita’: allunga la manina nera, che scompare nel mio palmo, e mi fissa con gli occhioni sgranati. Un attimo dopo ritrae la mano e con preoccupazione inizia a verificare che la sua mano non abbia cambiato colore, che non gliel’abbia sbiancata!
Al ritorno, passiamo accanto al confine del parco Queen Elizabeth. A
''Ho fatto il giro di boa, o cosi credo''
Le giornate a Kasese scorrono via veloci. E’ gia’ passato piu’ di un mese da quando sono arrivato. Ho fatto il giro di boa, o cosi credo. Infatti in diverse occasioni mi e’ stato chiesto di prolungare la mia permanenza in Uganda al fine di portare a termine tutti i compiti. La frase che piu’ spesso sento ripetere dal mio arrivo e’ “siamo in ritardo sullo schedule”. Alcune feste nazionali, di cui non avevamo conoscenza, e alcuni intoppi come la corrente elettrica e la connessione ad internet a singhiozzo rendono il tutto piu’ difficile. Questa e’ l’Africa, mi dicono. La settimana scorsa e’ capitato che la corrente elettrica e’ mancata un intero giorno; ovviamente abbiamo un generatore (come tutti gli uffici e quasi tutti i negozi in citta’) che tuttavia, dopo il secondo rifornimento, ha deciso di prendersi un turno di riposo!
Anti-Mines Network Rwenzori), un’organizzazione locale che si occupa principalmente di educare la popolazione al fine di prevenire gli incidenti causati dagli ordigni inesplosi. Inoltre si occupa di diritti umani, educazione alla pace e alla nonviolenza, di trasformazione dei conflitti. E’ una persona in gamba, dall’aria molto cordiale, che pesa ogni parola prima di pronunciarla. E’ stato in Mozambico per studiare sul campo il caso della pace mozambicana; e’ stato in Canada per dei convegni su come costruire la pace; fa parte di alcuni coordinamenti nazionali che si occupano di diritti umani. E, come dicevo, e’ molto preoccupato perche’ vede nel suo paese degli episodi che possono innescare una escalation di violenze. Il presidente, mi dice, e’ in carica da 24 anni, ha messo mano alla costituzione per rimuovere i limiti di mandato e sempre piu’ sta mostrando tendenze dittatoriali; dietro di lui, il solito gruppo di generali pronti a prendere il comando in caso di “necessita’”. Il presidente e’ sempre meno amato e alcune sue recenti esternazioni non ne hanno accresciuto la popolarita’ (ha dichiarato, ad esempio, che la vita di un animale che vive in un parco nazionale vale la vita di 2000 cittadini e che non importa se gli animali distruggono il raccolto e la gente – povera – li uccide per sfamarsi; chi lo fa, va in galera). Alcune liberta’ duramente conquistate, come la liberta’ di espressione, sono oggi a rischio. Inoltre, l’appoggio militare alle operazioni militari in Somalia e in Iraq, stanno esponendo il paese al rischio terrorista (le bombe esplose a Kampala nel luglio scorso ne sono la prova). C’e’ molta disoccupazione, i giovani faticano a trovare lavoro e molti di loro optano per una vita ai confini (e oltre) della legalita’ o per l’arruolamento volontario. In questo caso vengono spediti al fronte, generalmente in Iraq, dove ricevono uno stipendio che in Uganda e’ quasi una chimera: 4 mila euro. Non mensili, come avviene (all’incirca) per un militare europeo in missione, bensi’ annui. Con questi 12 milioni di shellini al loro ritorno potranno comprare una casa o avviare una piccola attivita’. Se torneranno. Perche’ mancando delle conoscenze su come pilotare aerei o mezzi pesanti, non avendo equipaggiamenti particolarmente avanzati, non potendo quindi offrire “qualita’”, non possono che essere sfruttati in termini di “quantita’”. In altre parole, dritti in prima linea.Poi, prosegue Wilson, ci sono altri problemi, come gli ex bambini soldato. Non sono cosi numerosi come in altri paesi, ma lo stato non ha fatto (e non fa) nulla per aiutarli. Inoltre, in tutto il paese sono molti i bambini sfruttati e vittime di abusi. Gia’ da piccoli vengono impiegati per lavori pesanti: questo e’ il primo passo per privarli dei loro diritti, per violarne l’innocenza.
Anche Hamidu, la guardia di stanza nella casa dove alloggio, vorrebbe imitare il generatore e reclamare il meritato e agognato riposo. Da circa un mese, senza interruzione, ha il turno di notte. Ogni sera veste la divisa blu, la giacca antipioggia, il grosso berretto che pare piu’ una pentola, e si accinge a sfidare gli insetti, il freddo, la pioggia e qualche cane che recentemente ha creato un varco nella recinzione per entrare e mangiare uno dei tre pulcini che danno un tocco di tenerezza al nostro giardino. Hamidu non ha un alloggio accanto al portone, dove si presume dovrebbe svolgere il proprio servizio. Quindi si ripara sotto la tettoia che funge da garage. Tuttavia non e’ un buon rifugio quando, anticipate da raffiche di sabbia e sospinte da venti intensi, dai monti scendono nuvole minacciose che implacabilmente rovesciano il loro carico di acqua e freddo su ogni angolo di queste bellissime colline. E’ allora che Hamidu, comprensibilmente, taglia la corda e si rifugia nella depandance sul lato opposto del giardino, ribaltando i ruoli e lasciando noi inquilini “in prima linea”! Come dargli torto? E’ da mesi che il proprietario ha promesso di costruire la guardiola accanto all’ingresso, ma finora non ha fatto nulla. Come se non bastasse, in diverse occasioni Hamidu ha atteso inutilmente il cambio di guardia del mattino ma il suo reliever era ammalato e l’agenzia non aveva personale disponibile. Cosi e’ successo che lavorasse anche per 36 ore filate.
E’ bello chiacchierare con lui, e’ sempre allegro nonostante a volte non gliene vada dritta una. Ha 27 anni e da piu’ di un lustro lavora come guardia. Si vanta di essere una delle persone con piu’ anzianita’ di servizio, ma, come egli stesso sottolinea, questo suo traguardo non gli vale alcun vantaggio, anzi! Il lavoro gli consente a malapena di sopravvivere e di spedire qualche risparmio al suo villaggio di orgine, dove ha due mogli e due figli. Non puo’ permettersi di trasfersi qui con la famiglia al completo e cosi ritorna a casa una volta ogni 30/40 giorni. Il mestiere di guardia, al quale si viene ammessi dopo un duro training di 6 mesi a Kampala senza stipendio e senza alloggio (le notti all’addiaccio sono per risparmiare o per abituarli al mestiere?), non richiede particolari abilita’ o impegno, se non la capacita’ di stare svegli per 12 ore e saper resistere alla noia. In fin dei conti, Kasese e’ un luogo relativamente tranquillo e, in linea con le richieste di Handicap International, non e’ necessario che le guardie siano armate. E’ forse anche per questi motivi che non vengono retribuite a sufficienza. Hamidu, quando termina il turno alle 8 di mattina, sveste i panni della guardia per vestire quelli del bici-taxista: “Se oggi riesco a portare almeno 10 persone, posso guadagnare 3000 shellini e comprarmi da mangiare”. Mi rendo conto di quanto lavori, ma mi sorge anche il sospetto che non vegli per tutta la notte. “Ma io non faccio come quella guardia che ha detto al Re <<Ho sognato che oggi avra’ un incidente. Non esca di casa>>. Ed il Re ha accettato il consiglio ma ha anche licenziato la guardia, che aveva ammesso di dormire durante il proprio turno”.
Le numerose agenzie di sicurezza in Uganda, dicono, svolgono un importante compito sociale, oltre a quello di garantire la sicurezza di chi puo’ permetterselo: in molti casi il personale assunto proviene dalle fila dell’esercito, regolare o ribelle che sia, che nel difficile passaggio dalla condizione militare al reinserimento nella vita civile, accetta di vestire una nuova divisa. E’ un compromesso accettabile per alcuni, una vera manna per altri.
Anche Hamidu proviene dall’esercito. A 14 o 15 anni (nemmeno lui lo ricorda con esattezza), mentre il governo ugandese era alle prese con il conflitto interno contro il gruppo ribelle del Lord Resistance Army e mentre il distretto di Kasese era dilaniato dalle scorribande dei vari gruppi armati – anche in questo caso, regolari e non – che attraversavano la regione, saccheggiandola, per raggiungere i principali teatri di conflitto (in particolare nel vicino Congo e nella Repubblica Centroafricana), Hamidu scelse di “non fare la fine della capra” e cosi si e’ arruolato. Per 4 anni ha vestito una divisa, nella speranza di trovarvi protezione, “Ma ho trovato morte, sangue, massacri; una lotta continua per sopravvivere, per sfuggire ai proiettili o alle dannate mine. Ogni volta che mi allontanavo in cerca di cibo o in perlustrazione, pregavo che dietro ad ogni singolo cespuglio non ci fosse un cecchino nemico”. E’ giovane, robusto, abbastanza alto rispetto alla media locale, eppure quando parla di quegli anni sembra rimpicciolirsi, chiudersi in una istintiva posizione di difesa, fetale, e lo sguardo si perde nel vuoto, come lo sguardo che hanno alcuni anziani quando ricordano tempi lontani, quando la lucentezza degli occhi cambia e sembrano fissare cose che un giovane non puo’ aver visto. “Non ce la facevo piu’, troppo odio, troppi morti; sempre con il fucile in mano e il dito sul grilletto. Sparare alle altre persone era una cosa naturale, ma poi di notte ti perseguitavano negli incubi. Volevo solo tornare a casa”. E cosi avvenne, non per congedo, ma per diserzione. Codardo? Traditore? forse molto semplicemente l’umanita’ di questa persona, il rifiuto di continuare ad uccidere, l’impossibilita’ di vivere oltre nella violenza, ha prevalso. Per quanto oggi appaia come una persona allegra, a volte si possono vedere i segni di quello che ha vissuto; dice che la maggior sofferenza l’ha smaltita al suo ritorno, quando ha trascorso un anno di angoscia e di tormenti chiuso in casa.
Di storie come quella di Hamidu ce ne sono molte in Uganda. Sebbene questo paese ammalii il viaggiatore con le sue bellezze naturali e la gente sia ospitale e tranquilla, a guardare bene, a saper ascoltare, ovunque ci sono i segni della violenza. Nonostante la pace duri da alcuni anni, ci sono segnali allarmanti di regresso. E Wilson e’ molto preoccupato.
Wilson e’ il direttore di Amnet-R (
Anche l’ambiente e la natura, tanto cari alle istituzioni perche’ in grado di attirare turisti da tutto il mondo (e disposti a spendere, ad esempio, 500 euro per vedere i gorilla di montagna nel loro habitat), sono fortemente a rischio. Non c’e’ una politica di tutela ambientale; non c’e’ raccolta differenziata dei rifiuti. Anzi, non c’e’ raccolta per niente. L’immondizia e’ ovunque e per “smaltirla” la gente appicca piccoli o grandi falo’ che tolgono il fiato. Le poche industrie presenti, inoltre, non devono osservare particolari norme anti inquinamento. Tutto questo contribuisce a mettere a rischio le gia’ scarse riserve di acqua potabile del paese. In alcune zone al confine con il Congo, ci sono gia’ stati degli scontri tra villaggi a monte e villaggi a valle per il controllo di alcuni corsi d’acqua. Non fiumi, ma rigagnoli di un metro di larghezza, come ho potuto vedere; ma da loro dipende la vita di intere comunita’.
Tutto questo fa si’ che la societa’ civile piu’ attenta sia molto preoccupata per il futuro del paese. Wilson e la sua organizzazione hanno diversi progetti che potrebbero mitigare alcuni dei problemi denunciati ma che, per mancanza di risorse economiche ed umane (“abbiamo bisogno di persone preparate, con competenze che spazino, ad esempio, dai diritti umani all’informatica”),restano nel cassetto.
Anche Yannic, il “grande boss” arrivato dal quartier generale in Francia per verificare l’andamento del progetto in Uganda, ha messo in luce alcuni potenziali conflitti legati al problema dell’acqua. Ha trascorso diversi anni in Tibet e quando qualche anno fa e’ tornato in Europa,
Yannic ha trascorso una settimana a Kasese, tempo sufficiente per permettere a tutti di apprezzarne l’esperienza, la cultura storico-politica e la simpatia. Quarantenne, laureato in storia medievale, gira il mondo nell’ambito di progetti di cooperazione allo sviluppo ed e’ incapace di sopportare la vita “borghese” per piu’ di due mesi. Durante la “festa” prima della sua partenza e del trasferimento del direttore James a Kampala, Yannic, dopo averci stupito con l’ottima cucina, dal cilindro del suo macbook ha estratto una canzone “su misura” dedicata ad ogni membro dello staff. A me e’ toccata una canzone rock americana degli anni 70, nel cui ritornello si parla di moto e Las Vegas. Motivazione: e’ il soundtrack ideale per quando Diego rientra dall’ufficio in boda-boda (il moto taxi locale). Ma la canzone che ha riscosso piu’ successo e’ stata certamente “I’m too sexy” in quanto dedicata a... non ve lo dico, indovinate dalle foto allegate!
Quella festa e’ stata un’ottima occasione per trascorrere delle ore in allegria e per conoscere meglio il personale che lavora per HI, incluse le famiglie. Per una sera il bel giardino di casa Turton si e’ animato di gente e di musica! Io mi ero trasferito li il giorno prima. Come, non ve lo avevo detto? Dopo i primi giorni trascorsi da Alex, come inizialmente previsto, mi sono trasferito nella guest house di James, non appena questi e’ rientrato da Kampala. La casa, posta su una delle colline che dominano su Kasese, ha tre camere da letto e una depandance, dove era stato preparato il letto per me. Con la contentezza di un bambino che riceve un giocattolo tutto per se’, chiavi in mano, mi sono diretto verso la depandance. Prima di entrare ho chiarito con la mamma dei pulcini che quella porta di ingresso e il relativo passaggio da quel giorno erano ad uso esclusivo di Diego. Indi ho fatto il mio ingresso trionfale nella casetta. Ho posato la valigia, acceso la luce e, con l’imbarazzo di chi si rende conto che ha maldestramente interrotto una riunione, mi sono scusato per il disturbo, ho spento la luce e sono tornato sui miei passi. Sotto il compiaciuto sguardo della gallina, alle cui spalle si affacciavano, tronfi, a testa alta e in posa di sfida, i piccoli pulcini, pocanzi a rischio di sfratto. Perche’ me ne sono andato? La camera non era libera, era un pullulare di geki, scarafaggi e insetti vari che avevano abusivamente occupato l’abitazione, dal bagno alla camera, letto e cuscini inclusi. Solo i pipistrelli in quel momento erano assenti, ma se ne vedevano i segni. Non mi e’ sembrato il caso di scomodare cosi tante creature per accomodarne una sola. Non volevo fare il prepotente! Cosi ho rinunciato e mi sono sistemato in una delle stanze di casa James, dove per una decina di giorni ho vissuto da solo, prima dell’arrivo di Anne, Delfim e la piccola Elisa.
DIARIO 5
''In questi giorni ho seminato e ho lasciato che tutto seminasse dentro di me''
Siamo di nuovo in viaggio, questa volta verso Kilembe. Come un pendolo scendiamo dalla montagna per tornare a Kasese e da qui risalire verso un’altra montagna. Dopo aver attraversato un check point, che consiste in una semplice asta di bambu’ che le guardie alzano ad ogni veicolo (senza fermarne alcuno), giungiamo nell’area delle miniere di carbone di Kilembe. Qui in passato la gente godeva di un tenore di vita migliore di quello dei villaggi vicini, grazie all’ospedale, ai negozi e all’ufficio postale sorti con la miniera. Oggi non e’ piu’ cosi, anzi, sembra che qui ci sia piu’ poverta’ che altrove.
Elisha chiede informazioni a degli uomini seduti ai piedi di un grande albero. Parlano con lui, ma gli sguardi sono fissi su di me. Non siamo lontani dalla destinazione e il tam tam del villaggio fa si che la notizia percorra i 200 metri che ci separano dal nostro ospite piu’ velocemente della nostra poco affidabile Jialin. Infatti il sig. Rujonjo si fa trovare davanti alla sede della sua <<attivita’>>, pronto a darci il benvenuto. 40 anni circa, un metro e settanta, qualche capello grigio che spunta dalla folta capigliatura nera. Ci fa accomodare in una sorta di piccolo gazebo in bambu’. L’arredamento e’ scarno ma decisamente polifunzionale: il tavolino e le tre panchine fungono da sala riunioni, ufficio del direttore, magazzino per deposito e distribuzione della merce, cucina, sala giochi per i bambini, punto di ritrovo per il vicinato... L’espressione severa e allo stesso tempo indifesa di Rujonjo e’ l’emblema della sua condizione. Dopo aver perso l’uso di una gamba a causa di una mina, non potendo piu’ sostenere la coltivazione dell’orto (oltre tutto fortemente in pendenza) ha dovuto lasciare la sua casa ed e’ sceso dai monti fino al villaggio di Kiazuki Kilembe in cerca di un lavoro e di strutture mediche piu’ vicine.
Ma nella sua condizione non e’ facile trovare qualcuno disposto a darti un lavoro. Cosi lui ed altre 4 vittime di mina hanno chiesto un prestito e hanno acquistato un centinaio di piatti di latta e di plastica. Attraverso il noleggio delle stoviglie, molto richieste non solo in occasione di feste o celebrazioni, guadagnano quel poco che consente loro di sfamare le proprie famiglie.
Non comprendo quello che dice ad Elisha nella lingua locale, ma colgo molta umilta’ in quelle parole pronunciate lentamente e con tono sommesso. Il mio compagno e’ fortemente empatico con le persone che incontriamo e sa entrare in confidenza con loro con il giusto garbo. Ad un certo punto, mentre mi lascio distrarre dal pollame e dal cagnolino che ci girano intorno, ho l’impressione che Elisha dia al nostro ospite dei soldi per aiutarlo. Alle nostre spalle, alcune donne seguono con interesse la conversazione. Una di loro sta allattando un bambino di pochi mesi; accanto a lei c’e’ una donna che pare anziana, ma molto probabilmente avra’ appena 55 anni. L’interesse per quanto si sta svolgendo sotto i suoi occhi e’ tutto dipinto in quello sguardo stupito arricchito dall’esibizione delle molte fessure tra i denti.
Rujonjo nonostante la fatica ci tiene ad accompagnarci fino alla moto. Ci racconta che ogni volta che “malauguratamente” riceve delle persone provenienti da organizzazioni internazionali, puntualmente nei giorni successivi subisce dei furti, perche’ i vicini credono che lo scopo di quelle visite sia dargli dei soldi. Ci auguriamo che non accada di nuovo.
Scendiamo a valle accompagnati dallo sguardo di un uomo disincantato, che non si aspetta nulla dalle istituzioni e dalla societa’, che crede nella forza di quel poco che lui e gli altri membri del gruppo riescono a fare. E come loro sono molte le persone con disabilita’ nel distretto di Kasese che, pur a corto di risorse, competenze e strumenti, si mettono insieme per cercare di migliorare le proprie condizioni. A volte e’ solo per vivere una dimensione di comunita’, di condivisione, di supporto psicologico. Il poter pensare che non sei escluso da tutto e rifiutato da tutti. Altre volte riescono a mettere in piedi qualche micro progetto di aiuto, come le “capre a rotazione” per un anno e mezzo o le galline, da restituire con l’interesse del 10% in pulcini. In ogni caso la sfida che affrontano e’ immensa: c’e’ il pregiudizio della gente; le convinzioni magico-religiose per cui una persona “diversa” e’ una maledizione; l’esclusione sociale (a volte aggravata dall’auto-esclusione); le difficolta’ di movimento e di accessibilita’ ai luoghi; la mancanza di informazioni sulle disabilita’ e sulle possibilita’ di cura e riabilitazione.
Le giornate “sul campo” anziche’ in ufficio sono i momenti piu’ belli, perche’ mi permettono di conoscere di piu’ questa parte d’Africa, di andare oltre i sorrisi della gente e le avvolgenti strette di mano. Durante le interviste incontri persone segnate dalla vita, dalle vicende e dalle persone incontrate. E anche da quelle non incontrate, da quel “non mi e’ mai capitato di incontrare qualcuno che mi desse una mano”. Chissa’ se quello che stiamo facendo cambiera’ qualcosa. Forse questo “censimento” dei servizi presenti sul territorio potra’ mettere in comunicazione tra loro soggetti che non si conoscevano, potra’ dare informazioni utili ma poco conosciute; forse potra’ in qualche modo condurre qualcuna di queste persone “non incontrate” a Kiazuki e nei villaggi aggrappati come gramigna a queste aspre scarpate. Non so se questo mio pensiero e’ un involontario tentativo di tranquillizzare la mia coscienza, se non e’ una sorta di scudo contro le tante miserie e poverta’ incontrate. Il povero, qualsiasi sia la sua poverta’, ovunque sia, di qualsiasi provenienza sia, e’ scomodo. Ti urta dentro, te lo senti addosso anche quando eviti il suo sguardo o cambi direzione. Ti mette sulla difensiva perche’ temi che possa portarti via qualcosa: i soldi, il cellulare, il sapore buono del gelato appena comprato, una giornata allegra, una passeggiata romantica con tua moglie. Non puoi ignorarlo, ne’ ti puoi accontentare di dargli qualche soldo o piuttosto del cibo. Sara’ sempre li ad interrogarti con il suo sguardo postulante. Ti porterai nelle narici l’odore acre di poverta’ e nelle orecchie riecheggiera’ quella sua infinita domanda. Soprattutto, negli occhi conserverai l’immagine della persona che si nasconde sotto a quegli stracci. Ed e’ proprio questo che non ti da pace: riconoscere che quel povero e’ una persona come te. Con i tuoi diritti, la tua stessa dignita’, la capacita’ di provare i medesimi sentimenti, con una comune provenienza originale. Non puoi negare che tu e lui fate parte della stessa famiglia umana. Fratelli.
Ma come fai a farti fratello per tutte queste persone? Come fai ad aiutarli tutti? Se persino quando torni a casa lungo la via una delle guardie private armata di fucile, con 4 figli, una moglie e la nonna da mantenere, ti dice “Adesso che siamo amici, io ti scrivero’ ogni mese, e tu mi manderai dei soldi”; se i bambini dopo messa ti seguono ripetendo “Give me money! give me money!”; se all’uscita del negozio o al distributore di benzina vedi bambini che mendicano e che raccolgono ogni tipo di rifiuto nella speranza di poterci ricavare qualche soldo; se in ogni villaggio vedi persone affamate che hanno a malapena un tetto, anzi, una lamiera sotto la quale dormire. Come fare? Quando cresci in societa’ dove sei indotto a fare continui paragoni tra la tua condizione e quella di chi ha di piu’, di chi ”ti sta sopra”, e’ difficile vestire i panni dell’invidiato, di chi non dovrebbe lamentarsi affatto, di chi “ha”. Eppure e’ questo quello che siamo: persone privilegiate perche’ non manchiamo del necessario ed abbondiamo dell’inutile.
Ci puo’ essere un “equilibrio” tra ricchezza e poverta’? o parlare di equilibrio e’ un modo per addolcire le differenze senza tuttavia volerle abbattere? In che cosa consiste l’uguaglianza? Qui il lavoro e’ tanto ma quando mi fermo un po’ sono queste le domande che ritrovo davanti all’uscio dei miei pensieri. E piu’ osservo la realta’ intorno a me, piu’ cerco di fare Verita’ dentro di me, e piu’ mi convinco che queste domande travalicano la dimensione materiale dalla quale scaturiscono e le agognate risposte appartengono ad un livello piu’ alto, che il solo uso della ragione puo’ a malapena percepire. E sono convinto che i frutti di queste risposte non possono che essere la sintesi delle due dimensioni, della materialita’ e di quel “qualcosa di piu”.
Qui e’ cominciata la stagione delle piogge. In questi giorni ho seminato e ho lasciato che tutto seminasse dentro di me. Vediamo se alla fine qualche frutto lo daro’ anch’io.
DIARIO 4
Ma cosa faccio qui?
Sono arrivato, mi sono sistemato nella stanza assegnatami, so cosa fa HI in questo paese, mi sono stati illustrati i miei compiti e mi hanno descritto a grandi linee il contesto locale, ho conosciuto tutto il personale in servizio... non resta che mettersi al lavoro!
La domanda che tutti mi hanno rivolto nei messaggi che ho ricevuto e’ proprio questa: ma cosa fai li?
Semplice, sono qui per dare supporto al VATA. Hmm? Cosa? Chi? Anne e’ il Victim Assistance Technical Advisor (VATA, appunto), ossia colei che si occupa del programma di assistenza alle vittime di mine, bombe a grappolo o ordigni inesplosi. Io sono qui per darle una mano.
Handicap International non lavora direttamente con le vittime, con i “beneficaries” come li chiamano qui; la strategia di HI e’ quella di agire sulle organizzazioni e sugli enti locali al fine di aiutarli a migliorare i propri servizi, a sviluppare sinergie, progetti e azioni che portino dei miglioramenti tangibili nelle condizioni di vita delle vittime. E’ una strategia che condivido appieno, perche’ consente di operare fianco a fianco con gli operatori locali e garantisce la sostenibilita’ dei progetti, in quanto, anche qualora HI non fosse piu’ presente in questo paese, le competenze e i progetti non subirebbero un arresto. E’ l’applicazione del motto “meglio insegnare a pescare che dare il pesce gia’ pescato”. Questo significa relazionarsi alla pari, condividere un percorso nel pieno rispetto dell’altro senza scadere nell’assistenzialismo.
I miei compiti, in concreto, sono riassumibili in quattro semplilci righe: supervisionare la raccolta dati e sviluppare la “Directory Of Service Providers”; sviluppare un kit di sensibilizzazione per la Victim Assistance; realizzare un secondo kit di sensibilizzazione sull’advocacy in Uganda in relazione ai trattati internazionali su mine, bombe a grappolo e diritti delle persone con disabilita’; sviluppare dei materiali che illustrino le attivita’ che HI svolge in Uganda. Chiaro, no?
La priorita’ assoluta e’ lo sviluppo della Directory of services. Si tratta di un “manuale-guida” ai servizi per le persone con disabilita’ presenti in questa regione. Dobbiamo fare una sorta di censimento del territorio attraverso interviste ad ospedali, scuole, istituti di credito, organizzazioni locali/internazionali, istituzioni pubbliche, gruppi di mutuo aiuto... Successivamente inseriremo questi dati in un database (da creare) per poi estrapolarli ed inserirli nella guida. In essa si potra’ ricercare un’organizzazione o un gruppo a partire dal tipo di servizio offerto o a partire dall’area in cui opera. Ogni soggetto che fornisce servizi per noi rilevanti avra’ una pagina all’interno della guida dove saranno riportate le informazioni generali (nome, indirizzo, orari di apertura...), le informazioni specifiche sui servizi offerti alle persone con disabilita’, la descrizione di tali servizi, la lista delle “subcounties” in cui opera.
La guida sara’ stampata in circa 500/600 copie e distribuita ai gruppi locali che operano a stretto contatto con le PWDs (sigla inglese per indicare le persone con disabilita’). A causa della cronica mancanza di dati certi e aggiornati, con questa guida si potra’ finalmente offrire informazioni utili a chi ne ha bisogno. Questa e’ solo la prima edizione, presto seguita da una seconda. Infatti inizialmente si pensava che gli attori presenti nel distretto fossero circa 200-300; poi ci si e’ resi conto che sono piu’ di 3000! Sebbene ufficialmente sia un lavoro svolto con il supporto delle istituzioni locali e di alcune reti di associazioni di questo distretto, la quasi totalita’ del lavoro e’ portata avanti da HI e da Amnert-R, suo partner.
Per quanto riguarda gli altri compiti, si tratta di produrre poster, brochure, cartelloni; ed eventualmente messaggi radio, presentazioni video e...un gadget. Ho proposto (e questi, che sono piu’ matti di me, l’hanno approvato! ) di realizzare, con l’ausilio di una falegnameria del posto che impiega persone con disabilita’, uno yo-yo! Perche’? Perche’ la sua forma non e’ molto diversa da quella di una mina cinese Type72 e puo’ simboleggiare quello che le vittime di ordigni devono affrontare. Mi spiego. Quando lo yo-yo e’ in mano, possiamo immaginare che rappresenti la condizione di “normalita’” di un individuo: le sue attivita’, le amicizie, i progetti per il futuro, i suoi sogni. Avere in mano la propria vita e decidere liberamente. Quando esso scivola lungo il filo e arriva in fondo, rappresenta lo stato di “vittima”: la vita di questa persona viene stravolta, si trova a dover convivere con amputazioni o gravi ferite, deve superare lo shock, probabilmente non potra’ piu’ condurre la vita di prima e dovra’ rinunciare ai sogni di prima. Ma se allo yo-yo diamo un “colpo di polso”, un aiuto, esso ritorna su, nella posizione iniziale: questa e’ la condizione del “survivor”, la persona che, nonostante i segni indelebili lasciati dall’ordigno, si rialza e lotta per riappropriarsi della sua vita, una vita piena. Nella vita reale, il “colpo di polso” altro non e’ che la volonta’ della persona, l’appoggio della sua famiglia, il sostegno della comunita’, delle organizzazioni locali o internazionali, la fede e tutte quelle persone che sapranno vedere in lei una persona e non un disabile.
Gli yo-yo saranno decorati dai bambini che beneficiano delle sessioni di educazione al rischio (sara’ un valore aggiunto!). E’ un gioco, ma e’ anche un messaggio per ricordare che ogni bambino ha diritto alla vita e ha diritto al gioco.
Dunque non saro’ sempre in ufficio davanti al pc a photoshoppare o a scrivere testi. Saro’ anche “on the field”; anzi, ci sono gia’ stato diverse volte. Se con l’arrivo a Kasese pensavo di essere gia’ arrivato “sul campo”, una volta visitati i villaggi in montagna mi sono dovuto ricredere.
K-way, casco, zainetto con acqua e un po’ di cibo, un saltello per sistemarmi tra il conducente e il portapacchi della moto, e via! Le moto da cross cinesi in dotazione non sono il meglio come meccanica, e un giorno su due vanno portate in officina. Come e’ successo durante la mia prima uscita: tappa preliminare dal meccanico per cambiare la lampadina del faro e per ripristinare il poggia piede destro. L’officina in questione puo’ difficilmente definirsi tale, in quanto consiste di uno spiazzo lungo la strada, riparato da un muro con i manifesti elettorali e una pianta, e non e’ dotata di tutte le attrezzature; ma a quanto pare il meccanico con una pinza, un cacciavite e una chiave inglese fa miracoli! Ed infatti sistema la nostra moto e cosi partiamo con destinazione Kyampatu, ad un’ora da Kasese.
Il viaggio non e’ dei piu’ comodi e mi ritrovo a maledire i rallentatori (bassi, ravvicinati, in serie di 5) e le buche che si traducono in piccoli balzi con atterraggio sul tubo di ferro del portapacchi. Quando lasciamo la strada principale, ci inoltriamo in una strada sterrata, ripida, piu’ stretta, polverosa e piena di buche. Mi sembra che peggio non possa andare. Mi ricredo quando dopo 5 km imbocchiamo quello che pare un sentiero, non una strada carrabile. Elisha da sfogo a tutta la sua abilita’ di pilota, io contribuisco con una presa d’acciacio al veicolo, per non dargli il dispiacere di giungere solo all’intervista. Stiamo attraversando una piccola foresta; non conosco i nomi di queste piante che creano una sorta di tunnel giallo-verde dove ci incuneiamo. Il rosso intenso della terra ci fa da guida. Ho l’impressione che non sia un viaggio solo nello spazio ma anche un viaggio a ritroso in un tempo remoto. Alla fine giungiamo in uno spiazzo in pendenza; ci sono diverse baracche, qualche edificio in muratura, sedie sotto gli alberi, bambini che giocano. Basta il rumore della moto per attirare l’attenzione di tutto il villaggio, e basta che mi sfili il casco per scatenare un coro di “muzungu!muzungu!”. In un attimo siamo circondati da bambini di ogni eta’; alcune bambine di 8-10 anni portano sulla schiena, con la tipica fasciatura africana, il loro fratellino. Mi osservano, mi studiano, poi ridono e scappano, per poi ritornare.
Abbiamo appuntamento con il signor Kisenta T. Neelson. Non si fa attender, arriva con passo spedito, nonostante il terreno difficile, appoggiandosi sulla stampella e sulla gamba destra. E’ magro, ha un’espressione seria ma che lascia intendere che, quando vi e’ l’occasione, e’ pronta al sorriso. La giacca grigia che indossa e’ sicuramente la piu’ elegante che ha (o forse l’unica) e la sfoggia con orgoglio. L’intervista da parte di una Ong e di un uomo bianco e’ un momento raro ed importante! Dopo esserci presentati, ci fa strada verso un portone di ferro. La cartellina che ha in mano, dal lato della stampella, gli impedisce di maneggiare il lucchetto come dovrebbe e questo sembra metterlo in imbarazzo. Infine apre e ci fa accomodare. E’ il Trade Center del villaggio. La luce illumina una stanza di due metri per due, arredata con una sedia e una piccola panchina, un sacco che emana odore di erba tagliata e un mucchietto di chicchi di caffe’ nell’angolo. Al centro del locale un filo pende dal soffitto e termina con una bilancia a molla per pesare i sacchi. Su una delle pareti, l’immancabile tanica gialla.
Neelson e’ il rappresentante di un gruppo di vittime di mina e di persone con disabilita’. Scopo dell’associazione e’ quello di aiutarsi reciprocamente, con il sostegno psicologico, la circolazione delle informazioni, qualche micro finanziamento, l’aiuto per le operazioni agricole piu’ difficili. A volte avere qualcuno che possa scavare per te puo’ segnare la differenza tra una settimana con o senza pasti.
Il nostro ospite non ci puo’ accogliere in un ufficio elegante, non sciorina cifre ne’ elenca grandi progetti, non ha un computer, ne’ una segreteria. Ma parla con la fiera dignita’ di chi conosce la fatica del lavoro fisico aggravato dalla disabilita’, con lo sguardo impavido di chi sfida quotidianamente il pregiudizio e le superstizioni, con l’onesta’ di chi e’ consapevole che forse fa poco, ma il poco che fa significa molto per chi ha bisogno. Poteva chiudersi in casa, vivere di carita’ e di stenti. Invece si e’ rimboccato le maniche, come ogni giorno rimbocca quel pantalone che, per colpa di conflitti e lotte le cui ragioni puo’ a malapena comprendere, non puo’ piu’ riempire. Oggi lui e i membri dell’associazione sono un esempio per la gente di questo posto.
Ci racconta che tutto il villaggio poggia sulla coltivazione del caffe’ e del cotone, che in buona parte vengono esportati in Europa. Ed infatti ovunque ci sono teli con chicchi di caffe’ lasciati ad essiccare, prima della battitura con i bastoni. Fuori intanto i bambini sono tornati ai loro giochi, disinteressati da quella conversazione su argomenti a loro sconosciuti e in parte delusi da quel “muzungu” che non accenna nemmeno ad afferrare uno di loro per mangiarselo.
Le domande sono finite, Elisha ha riposto il questionario nello zainetto. Conversiamo ancora un po’ e poi ci salutiamo. Lo ringraziamo non solo per il suo tempo e per averci ricevuti, ma per la ricchezza di quel momento. Il tempo di fare una foto, per immortalare tutto il suo orgoglio e per riprendere il bambino con la maglietta che Handicap International distribuisce durante gli incontri di educazione al rischio, e ripartiamo, per la tappa successiva. Con un pensiero: solo io ricordo quando ci dicevano che in Africa la gente non ha niente perche’ se ne sta sempre con le mani in mano? Mentre ci penso, sulla moto che a motore spento si lascia trascinare dalla pendenza, Neelson ritorna alle sue piante di caffe’, arrampicandosi lungo le pendici di un monte che gli ha tolto molto, ma non gli ha portato via la dignita’, perche’ lui se la tiene stretta, come la stampella.
DIARIO 3
Mi trovo a 20 km dall’equatore, a quasi mille metri di altitudine, ai piedi del monte Rwenzori (5100 metri di confine naturale tra Uganda e Congo, rifugio dei non molti gorilla di montagna rimasti).
Ci siamo, l’auto fa il suo ingresso a Kasese. Il centro non e’ grande, poche strade principali che si intersecano perpendicolarmente e poi altre che, adagiate sui naturali e spesso arsi pendi, si diramano in direzione di Mbarara, Fort Portal e altre localita’ delle 24 subcounty presenti nel distretto.
Ci rechiamo all’ufficio di HI. Si trova alla fine di Rwenzori Road, prima del bivio situato di fronte alle case del personale della polizia. Il colore dei serramenti e delle grondaie e’ un curioso rosa salmone, l’intonaco del piano inferiore (era) bianco, quello del muro di cinta superiore e’ beige. Entriamo dalla porta di ingresso principale, dotata di rampa costruita da una falegnameria locale che impiega persone con disabilita’ motoria. L’ingresso e’ ampio e il paravento sulla sinistra, su cui sono esposte le newsletter e gli organigrammi di alcune delle sedi nazionali di HI, lascia intravedere il lungo tavolo della sala riunioni. Di fronte, accanto alla porta che conduce agli uffici, una finestra si affaccia sull’ufficio di Muhwezi, l’assistente logistico. Capelli rasati a zero, sguardo attento, risata coinvolgente, mi stringe la mano, poi cambia la presa afferrando il mio pollice (come se ci dovessimo sfidare a braccio di ferro) per poi tornare a stringermi la mano: e’ cosi che imparo che a volte il saluto in Uganda puo’ durare molto a lungo, intervallando ripetutamente le due prese e domandando il consueto “come stai? io bene. Come hai passato la notte?”. Subito dopo incontro Alexandre (Alex), il responsabile logistico. Mi da’ il suo cordiale benvenuto. E’ francese, ha sposato Larissa, una ragazza del Burundi, e da 10 mesi e’ papa’ del piccolo Orel. Per i prossimi giorni alloggero’ con loro e tra le altre cose avro’ modo di conoscere le esperienze di Alex in India, Burundi, Sri Lanka, e potro’ confrontarmi con la sua passione per la geopolitica (anche lui ha studiato scienze politiche) e con il suo fiero e tollerante approccio illuministico.
Accedo al cortile interno sul quale, dai quattro lati, si affacciano gli uffici e le stanze adibite a magazzino e garage per le motociclette. Incontro Doreen, l’assistente di James incaricata di gestire la Mine Risk Education. Colpisce per la dolcezza della voce e per i modi molto gentili. Tutt’altra musica con Johnson, nel senso che solo a guardarlo capisci che questo giovane spilungone la musica ce l’ha nel sangue, e la sua mimica solare sprizza energia in continuazione. Difficile credere che il suo compito e’ quello – un po’ monotono – di inserire informazioni nel database.
Terminato questo tour introduttivo, mi accompagnano a casa di Alex. E’ poco fuori Kasese, in una zona che ancora non ha un nome ne’ un indirizzo. Nel giungervi, noto le bianche mura di recinzione “ornate” da filo spinato lungo tutto il perimetro (eccetto sopra alle inferiate sul lato frontale). Il grande portone di metallo si spalanca al solo udire del motore, sospinto con calma e con occhi curiosi dalla guardia del “Security Group”.
La scritta “Rwenzori Cottages” capeggia sulla porta di ingresso. Alcune figure di animali in rilievo sulla facciata frontale danno l’impressione di essere all’ingresso di uno zoo; impressione rafforzata dagli animali dipinti sulle mura del cortile interno, dove trovano spazio una seconda casa (un po’ piu’ piccola; vi alloggia Anne con la famiglia) e una stanza con bagno. Mi dicono che se voglio posso stare qui, per conto mio, ma mi consigliano di stare da Alex, perche’ questa stanza non ha zanzariere e alcune finestre mancano di alcuni vetri. Senza difficolta’ accetto il consiglio.
In casa conosco Noela, una signora del Congo dall’aria buona e riservata; vorrei conversare di piu’ con lei e conoscerla meglio ma il francese per me e’ uno sconosciuto, come per lei l’inglese. Nel corso della settimana appena iniziata, scopriro’ che gli allegri e gioiosi saluti mattutini, la cura della casa e l’attenzione per le persone che vi abitano, le conferiscono quasi un ruolo di mamma piuttosto che di domestica. Con lei c’e’ anche una giovane ragazza, sua figlia, che silenziosamente e modestamente si prende cura del piccolo Orel, cercando quasi di non far percepire la propria presenza.
Il sole sta tramontando dietro la collina. Alle 20.00 e’ buio; bisognera’ attendere le 7.00 del mattino per tornare a distinguere i contorni degli alberi, delle baracche, delle stalle ed i sentieri intorno alla casa. Mi trovo a 20 km dall’equatore, a quasi mille metri di altitudine, ai piedi del monte Rwenzori (5100 metri di confine naturale tra Uganda e Congo, rifugio dei non molti gorilla di montagna rimasti). Poco lontano, a nord ovest, il Parco Nazionale del Rwenzori, a sud il Parco Nazionale Queen Elizabeth accanto al grande Lago George, a nord est il Parco Nazionale Foresta di Kibale. Qui la natura e’ un concerto di suoni, profumi, colori, di specie animali e floreali uniche, dove la presenza umana sembra quasi una nota stonata. Ed ancor piu’ stonata mi appare la nostra sistemazione, un piccolo bunker con tutte le comodita’, ben lontano dallo standard di vita dei 90.000 abitanti che vivono con quasi 3 euro al giorno.
E’ mattino, il primo mattino a Kasese. Mi alzo e vado in cucina. Non c’e’ nessuno, tutti dormono. O cosi credo. In realta’ appena accendo la luce mi accorgo di quanta compagnia ho: gli scarafaggi si rifugiano dietro la porta della lavanderia, le blatte si infilano sotto il microonde o dentro alle fessure della credenza, il geco che mi osserva dall’angolo del soffitto e’ incerto se restare o andarsene. Uniche presenze indaffarate e per niente infastidite dal mio arrivo, le centinaia di formiche che ordinatamente sfilano dal lavello alla finestra. Non e’ il tipo di buongiorno che mi aspettavo, ma proprio per questo lo apprezzo di piu’. E poi il geco, come mi diranno, e’ molto utile perche’ mangia le zanzare. E a giudicare dai segni lasciati in giro, questa notte deve esserzi saziato.
Prima di andare in ufficio, Alex mi porta all’ospedale per conoscere il dottore (“Perche’ – giustamente – non si sa mai”). La “clinica” e’ una piccola costruzione al cui interno trovano posto un paio di ambulatori e qualche scaffale per le medicine semivuoto. In compenso c’e’ Maalox a volonta’!?!
Il dottore e’nativo del Camerun, e’ molto disponibile e simpatico. Lui e’ quello che ti puo’ salvare dal lunedi al venerdi. Per il week end ti devi affidare al dottore congolese. Prima di andarcene, ci racconta che sono state trovate delle orme di leone sulla collina in cui si trova la clinica (che e’ la stessa dove abitiamo). Ma che hanno messo una persona, armata di fucile, a fare da guardia. Considerando che quelle colline si estendono solo per qualche decina di chilometri, c’e’ di che star tranquilli! Lo salutiamo e lui risponde con un ben poco augurante “Spero di rivedervi presto”.
Saliamo in auto e facciamo una nuova deviazione perche’ il mio ospite vuole mostrarmi alcuni luoghi “speciali” di Kasese. E cosi passiamo davanti al golf club (se non me lo avesse indicato, non avrei mai detto che quel terreno accidentato e quasi senz’erba era il “green” della buca n.1) e davanti al centro benessere dotato di sauna e piscine; infine mi mostra il campo da tennis. Nemmeno per un istante mi passa per la mente di usufruire di queste strutture, non perche’ mi dice che l’acqua nella piscina e’ di color verde/marrone, ma perche’ con la mente ritorno ai pensieri della sera precedente: che contrasto con la vita intorno, con le condizioni, ad esempio, delle famiglie dei poliziotti, che vivono in mini baracche di lamiera a forma circolare, a volte con il tetto ricoperto dal fogliame (come riparo dalla calura), i bagni vespasiani in comune, senza acqua corrente. Il tutto a 10 metri dalla strada principale che attraversa il paese.
Arrivati in ufficio la giornata scorre velocemente tra il briefing con lo Staff (posticipato dal lunedi ad oggi per darmi il benvenuto ufficiale), la spiegazione di Alex di tutte le regole per la sicurezza e per l’eventuale richiesta di acquisto di materiali o attrezzature; la riunione con Doreen per conoscere le attivita’ svolte nella Mine Risk Education e la riunione (prima parte) con Anne per comprendere la Victime Assistance a Kasese e per spiegare i miei ToR, “Terms of Reference” , ossia quello che mi viene richiesto di svolgere in questi due mesi.
Una delle prime difficolta’ – comune a molti miei connazionali – e’ quella di abituarmi all’utilizzo esasperato delle sigle: ogni organizzazione e’ citata con l’acronimo (quindi “KLSA“ sta per Kasese Landmine Survivors Association; “Kadiwod” e’ Kasese District women with Disabilities, “UMAC” e’ Uganda Mine Action Center, “AMNET-R” Anti-Mines Network Rwenzori, ecc...); anche per indicare le singole attivita’ o le componenti di un ente si ricorre alla sigla (ad es. “HQ”= headquarters). Una jungla di lettere che costituisce sequenze inizialmente quasi prive di significato, indistinguibili, come i negozi nel centro di Kasese: piccoli, molto simili tra loro, posti rigorosamente uno accanto all’altro, quasi senza soluzione di continuita’ (non fosse per le strade); con il soffitto basso, l’ingresso posto sopra alti gradini di cemento, preceduti dal classico fossato “porta rifiuti” che a volte presenta dei piccoli ponticelli di cemento o delle griglie di ferro per il suo attraversamento. I negozi di telefonia in franchising potrebbero rappresentare un buon punto di riferimento visto che Zain ha negozi dipinti di fuxia e MTN di giallo, se non fosse che ce ne sono diversi e questo non mi aiuta con l’orientamento. Visto che orientarsi e’ un’esigenza antica come le montagne, mi convinco che il modo migliore per individuare l’ubicazione del nostro ufficio e’ quello di procedere verso la collina piu’ alta.
Terminato il primo giorno di lavoro, contraddistinto dalla marea di informazioni acquisite e da tutte le brochure, libri, depliant, reports, documenti che Anne e’ riuscita a darmi, con Alex vado a fare la spesa, raggiungendo Larissa che ci ha preceduto facendo jogging. Prima sosta al mercato ortofrutticolo. La scena che si presenta e’ un vero “spettacolo”. Dopo esser passati per una porta stretta e bassa avendo cura di non inciampare nel gradino, si accede ad una stanza enorme, riparata da un soffitto in lamiera in alcuni punti un po’ bucherellato. Di fronte a noi si sviluppa un intricato labirinto di bancarelle; la scarsa illuminazione impedisce di averne un immediato quadro distinto. Seguo a ruota le mie guide esperte, come i pulcini che seguono le galline che scorazzano sotto i tavoli, ma il mio incedere e’ incerto. Vorrei cogliere ogni centimetro e ogni sfumatura di questo dedalo ma devo fare attenzione a dove metto i piedi per non camminare sugli scarti della frutta, per non urtare i tavoli che sporgono (c’e’ il rischio di far cadere i pomodori, esibiti uno sull’altro, come piccoli totem) e devo continuamente farmi in disparte quando qualcuno arriva dalla direzione opposta, perche’ il passaggio non e’ fatto per due persone. Facciamo una spesa in comune e poi due spese separate. Nella mia non mancano le gustosissime mini banane. Purtroppo il mercato del pesce ha gia’ chiuso, quindi ci rechiamo al “supermercato”, anzi, ai “supermercati”, perche’ non e’ facile trovare tutto in un singolo negozio.
Alex preferisce i negozi di proprieta’ degli indiani, perche’ tendenzialmente piu’ curati nella pulizia e nel servizio: le confezioni dei prodotti sono piu’ pulite, c’e’ sempre un garzone pronto a darti il cestino della spesa e a mettere i prodotti acquistati nella busta (che a Kasese e’ rigorosamente nera, come i sacchi dell’immondizia, o a righe bianco-azzurre), mentre tu controlli scrupolosamente se il resto ricevuto e’ giusto o e’ deficitario! In tutti gli altri negozi la presenza di persone sedute sulle sedie di plastica in vendita o sugli sgabelli in legno posti al di fuori dei negozi e’ una costante. A volte e’ difficile acquistare una bottiglia d’acqua o una bibita e non trovarla ricoperta di terra o sabbia; molto spesso, infatti, le casse d’acqua vengono trasportate, in pile di cinque o sei, sulle biciclette, da ciclisti kamikaze, che usano una mano per guidare e una per impedire alla merce di franare sulle loro teste o sui passanti. E nel trasporto le bottiglie si riempiono della sabbia sollevata al passaggio dei veicoli.
Giunti a casa, l’intrattenimento e’ garantito dalle smorfie e dai giochi che Orel si inventa. Il taglio mohicano e i quattro dentini solitari al centro della bocca gli danno un’aria molto buffa. E quando si esibisce nel suo cavallo di battaglia (soffiare forte con le narici arricciando il naso), e’ uno spasso.
La giornata e’ stata un bombardamento di informazioni preziose, che ora fanno a gara con le emozioni vissute per spuntarla su chi lascera’ il segno piu’ a lungo. So gia’ chi vincera’, comunque meglio cercare di riposare.
DIARIO 2
“Sono Raphael, di HI. Benvenuto in Uganda!”.
In aeroporto si scatena la caccia al tavolino dove poter compilare la scheda per richiedere il visto. La prima mezz’ora in Africa se ne va tra moduli e coda allo sportello: fin qui poche differenze con l’Italia! Poi mi reco al nastro per il ritiro dei bagagli augurandomi che nello scalo ad Amsterdam non si siano dimenticati proprio la mia valigia (e’ la preoccupazione che accompagna ogni mio volo). Un po’ strisciata, ma c’e’!
In aeroporto si scatena la caccia al tavolino dove poter compilare la scheda per richiedere il visto. La prima mezz’ora in Africa se ne va tra moduli e coda allo sportello: fin qui poche differenze con l’Italia! Poi mi reco al nastro per il ritiro dei bagagli augurandomi che nello scalo ad Amsterdam non si siano dimenticati proprio la mia valigia (e’ la preoccupazione che accompagna ogni mio volo). Un po’ strisciata, ma c’e’!
Mi dirigo all’uscita e con lo sguardo scandaglio il gruppetto di persone assiepate dietro le transenne in cerca di qualcuno che abbia un cartello con il mio nome o di uno sguardo che mi comunichi un generico ma indicativo “Io sono io. Tu sei tu?”. Lui no, lui neppure... poi incrocio uno sguardo interrogativo: lo guardo, lui mi guarda, io leggo il cartello “Handicap International” e sorrido, lui risponde al sorriso, mi viene incontro, mi stringe la mano e mi dice: “Sono Raphael, di HI. Benvenuto in Uganda!”. E’ fatta!
Raphael afferra la valigia e mi fa strada verso il parcheggio. Da subito e’ un fiume di parole, per comunicare tutta la sua gioiosa accoglienza. Si interrompe solo per comunicare a James (il capo missione di HI in Uganda) il mio arrivo e per pagare il ticket del parcheggio. Per il resto, per i successivi 60 minuti, l’autista di HI mi travolge con i suoi racconti e le sue domande; ho l’impressione che, anche se non l’ho visto per l’oscurita’, il lago Vittoria mi abbia investito con le sue acque straripanti fatte di un inglese deciso, ma un po’ personalizzato, soprattutto nella pronuncia, a volte difficile da cogliere con chiarezza. Mi riprendo dall’impatto e prendo parte attiva alla conversazione, che e’ piacevole e spazia dal clima alle abitudini locali, dalle vacanze alla famiglia. Ed e’ parlando delle nostre famiglie che finiamo per parlare di religione. Mi dice che per lui pregare Dio e’ la cosa piu’ importante in assoluto. Mi chiede se sono credente, e quando gli dico che sono cattolico, il suo sorriso si estende all’inverosimile, la voce si fa piu’ forte ed emozionata: da questo momento non siamo piu’ degli sconosciuti, ma come amici di vecchia data. Questa situazione mi conferma quanto avevo colto dai discorsi di Chris in volo, che il sentimento religioso per gli ugandesi e’ importantissimo. Ma poi mi rendo conto che questo sentimento e’ sempre accompagnato da convinzioni e credenze che sfociano nel campo della magia e della superstizione.
Raphael e’ un autista che sa districarsi bene nel traffico caotico e apparentemente sregolato di Kampala; io quasi non ci capisco nulla, forse perche’ il lato guida e’ invertito, piu’ probabilmente perche’ non ho esperienza di guida in condizioni di regole “variabili”.
Quanta vita lungo le strade! “C’e’ tanta gente perche’ e’ domenica sera e la gente torna dal lago”: ed infatti ci sono persone ovunque, nelle auto, nei taxi a 9 posti, sulle biciclette o sulle moto in due (se non in tre). E poi le centinaia di persone a piedi lungo la strada: camminano, parlano ad alta voce, fanno cenni a conoscenti sull’altro versante della strada, si fermano nelle baracche attrezzate a negozio; a volte attraversano di corsa la strada, cercando di raggiungere il riparo tra le lamiere del guard rail che separa le due corsie. Quasi nessuno e’ a mani vuote: chi una borsa, chi un cesto, chi una tanica dell’acqua. Ad un certo punto vedo una persona che trasporta un letto in legno grezzo, sul ciglio destro della strada, e stento a crederci.
Arrivati al cancello della guest house, un ragazzo con una torcia e un bastone con lo specchio verifica l’eventuale presenza di esplosivi sotto la nostra vettura e poi ci fa passare. Dopo le due bombe esplose a Luglio in due locali, questa e’ la prassi.
Prendo la valigia, faccio il check in e attendo James. Il capo missione non si fa attendere, arriva con passo svelto, aria professionale ma rilassata. Questo ragazzo australiano mi da’ subito l’impressione di una persona dinamica, intelligente; ha l’aria sicura ma molto cordiale. E’ il primo australiano che conosco il cui inglese e’ comprensibile!
Io invece non devo essere nella mia forma migliore perche’ dopo una breve chiacchierata James si rende conto che non e’ il caso di anticipare il briefing introduttivo previsto per il mattino.
Ci salutiamo e mi dirigo verso la mia camera. E’ al primo piano di una casetta bianca con scale esterne che si affaccia su un giardino in discesa. Nella stanza la prima sorpresa: alla finestra tende di un tessuto molto fitto e spesso e sul letto due coperte invernali! Sopra la testa, poi, un ventilatore impostato alla massima velocita’ fa sentire la propria presenza con raffiche potenti e un cigolio ad ogni “sterzata”. Il letto e’ protetto da una mosquito-net che gli da’ un’aria quasi regale. Sono stanco. Ho conservato le forze solo per la doccia e per scrivere due righe su questo quaderno. Buonanotte.
E’ lunedi mattina, ore 7.15. Ho appuntamento a colazione con James e il resto dello Staff di HI presente a Kampala. Non mi faccio attendere, esco puntuale e mi godo l’aria fresca del mattino, il cielo limpidissimo e la vista su alcune delle trenta e piu’ colline su cui si estende la capitale ugandese. A colazione conosco Yannic, in missione direttamente dal Quartier Generale in Francia e, Anne, Victim Assistance Technical Advisor, con in braccio la piccola Elisa, e la moglie di James.
L’accoglienza e l’impressione che ho del gruppo e’ molto positiva; c’e’ una reciproca curiosita’ e rispetto della riservatezza altrui che fanno si che la conversazione abbia pause e poi riprese improvvise, sorrisi di comprensione e vere risate.
Subito dopo con Yannic e James mi siedo in terrazza per ricevere le istruzioni sulla sicurezza in Kampala e in Kasese, per conoscere piu’ in dettaglio il progetto di HI in Uganda e per avere ulteriori indicazioni sui miei compiti. Dopo l’incontro partono per una missione a Gulu, nel nord del paese, che li vedra’ impegnati per tutta la settimana.
Io, invece, in compagnia di Anne, di Elisa e dei suoi ricciolini neri, prendo posto in un taxi noleggiato per portarci a Kasese. E’ una Toyota arrivata dal Giappone con i comandi del cruscotto in giapponese! L’autista e’ un giovane e silenzioso ragazzo di Kampala dall’aria simpatica. Suo papa’ garantisce sulle sue capacita’ di guida e sulla sua prudenza. Non possiamo che fidarci.
Inizia cosi il nostro viaggio verso la regione occidentale del paese, al confine con il Congo, attraverso 400 km di colline che percorreremo in 7 ore.
Appena l’auto si mette in strada, ho l’impressione che l’unica differenza con la sera prima sia la presenza della luce. Inizialmente poco sembra essere cambiato: lo stesso traffico caotico, centinaia di persone in movimento, la necessaria dose di riflessi e fortuna per non urtare qualcuno o qualcosa. Poi pero’ affiorano molti aspetti nuovi.
Lungo le strade, molti camion carichi di banane verdi (da cucinare) oltre il limite; centinaia di boda-boda, il tradizionale mezzo di trasporto locale, ossia le moto a due posti molto basse ed “essenziali”. Tra i mega cartelloni pubblicitari, Pepsi, Bata e le varie compagnie telefoniche la fanno da padrona. La strada non sempre e’ asfaltata, ha molti rallentatori e spesso si restringe. Quando superiamo le biciclette ho l’impressione che il manubrio entri dal finestrino, talmente sono vicine.
Sul ciglio della strada e nelle strade interne cumuli di rifiuti di ogni genere; alcuni stanno bruciando. L’aria e’ resa ancor piu’ irrespirabile dallo smog dei veicoli e dalla terra sollevata al loro passaggio. E dai cortili si riversano in strada mucche magre e con le corna lunghissime, maialini e capre, indaffarate a rovistare tra i rifiuti.
Via via che ci allontaniamo da Kampala, la strada si fa piu’ larga e il traffico quasi scompare.
Ma lungo le strade le persone con taniche, utensili o cibarie restano una costante. Sono in attesa di un mezzo di trasporto, di un “taxi-bus”, senza aver la garanzia che passi o che vada nella loro direzione. A volte, qualcuno, alza un braccio e cerca un improbabile passaggio.
Numerose sono le biciclette usate a mo’ di furgoncino, con il manubrio bloccato, sella e portapacchi sommersi da pali, piuttosto che tubi o banane, e, dietro questo cumulo, l’autista. Che spinge. I sali e scendi collinari sono frequenti e ad ogni picco si incontrano dei piccoli centri abitati o semplicemente dei mercati.
Mi colpiscono i bambini che vanno a scuola; per ogni villaggio, per ogni scuola, ci sono dei grembiuli di colore diverso. I bambini, vestiti di fuxia, verde, azzurro o giallo, fanno chilometri a piedi lungo queste strade dove gli autisti a pochi centimentri sfrecciano incuranti di loro e dei numerosi cartelli “Go Slow!”. Forse e’ anche per questo che i grembiuli hanno colori molto vivaci.
Le case che vedo sono in realta’ baracche di legno, o in argilla e paglia. A volte hanno il tetto in lamiera. I piu’ abbienti si permettono una piccola costruzione di mattoni rossi. Mattoni faccia-vista, e mattoni interno-vista, ma non per scelta estetica.
Non c’e’ asfalto ma terra battuta, abbastanza livellata. La terra e’ di color rosso-marrone e nei tratti in discesa e’ come vedere un segno di pennarello tracciato su un foglio verde, che e’ la vegetazione attorno, a volte fatta di immense piantagioni di the’ dove spiccano le piazzole con tettoia per la lavorazione delle foglie.
Facciamo una sosta per il pranzo. Nel momento in cui chiedo ad uno dei tanti venditori ambulanti di vendermi del chapati (il pane indiano), vengo circondato da ragazzi che vogliono vendermi pollo allo spiedo, carne di manzo, frutta di ogni genere. Opto per le banane fritte (una scelta un po’ infelice). Subito dopo tornano nella ressa di venditori ai piedi di un bus in partenza, dai cui finestrini spuntano mani e shellini che cercano il necessario per il viaggio: salti, spinte, gesti e voci che contrattano e si sovrastano. Sembra quasi Wall Street. Ma il tutto per 1000 o 2000 shellini (60 cent. di euro).
Ripartiamo. Dopo un po’ incontriamo alcune caprette in mezzo alla strada, l’autista non rallenta, e purtroppo una di loro, presa dall’indecisione sulla via di fuga da prendere, viene investita dalla nostra auto. Per fortuna Anne e soprattutto Elisa dormivano.
Poco dopo facciamo una pasa lontana dai centri abitati. Scendo dall’auto e sull’altro ciglio della strada un bambino chiama l’attenzione dei suoi amici “Muzungu! muzungu”: in un attimo una decina di bambini curiosi ma intimoriti accorre per vedere se davvero c’e’ un uomo bianco. Al vedermi restano di sasso e dopo un po’ uno di loro ha il coraggio di muovere la mano in gesto di saluto. Quando rispondo, si scatenano le loro risate, si abbracciano e si nascondono nell’erba. Poi tornano a salutare e a ridere.
Poco prima di arrivare a destinazione, attraversiamo una foresta in prossimita’ di un parco nazionale. Questa volta sulla strada c’e’ una decina di babbuini. Rallentiamo, abbasso il finestrino e scatto un paio di foto. La scena incuriosisce l’animale che si alza e inizia ad avvicinarsi: “Parti, parti” dice Anne all’autista. E poi con una risata commenta “E’ il tuo primo giorno qui e gia’ volevano rapirti!”.
DIARIO 1
Missione volontaria a Kasese, Uganda, per Handicap International e Campagna Italiana Contro le Mine.
“Ricordi quell’idea abbozzata alla Conferenza in Colombia? beh, si sta concretizzando proprio in questi giorni. Sei interessato?”. A volte e’ questa la veste che un sogno sceglie per presentarsi alla tua porta. Senza preavviso, senza darti il tempo di attivare il freno ai mille pensieri che si affacciano alla tua mente.
Come reagire? non puoi razionalmente predeterminare la tua reazione, ne’ gestirla completamente, ti rendi conto che non sei equipaggiato delle “emozioni a controllo cerebrale”.
La possibilita’ di prendere parte ad un progetto con una Organizzazione Non Governativa in un paese in via di sviluppo e’ un sogno che mi porto dentro da anni. Un sogno accarezzato e mai realizzato. E proprio ora che ho iniziato un percorso nuovo che ha portato molti cambiamenti nella mia vita, proprio ora che per abbracciare e dire “si” al mio destino lo avevo messo in stand by in un cassetto, ecco che quel vecchio sogno decide di infilarsi le scarpe e di iniziare una lunga spola tra Francia e Italia, per poi tornare quatto quatto a Varsavia, sfilarsi le scarpe ormai logore, scivolare inosservato nel cassetto e ridersela sotto i baffi – ne sono certo – mentre Tibisay mi comunicava la notizia. Ovviamente non ha fatto tutto da solo, ha avuto dei “complici”, i cui nomi e le cui trame devono essere resi noti.
Tutto e’ iniziato con una conversazione intercorsa tra lo Staff della Campagna Italiana contro le Mine e Valentina Crini, membro di Handicap International e socia della Campagna stessa, in occasione della Seconda Conferenza di Revisione del Trattato contro le mine a Cartagena lo scorso dicembre. Si discuteva dell’importanza di poter offrire a dei giovani volontari la possibilita’ di mettersi alla prova in missioni “sul campo”, in attivita’ di supporto a progetti di alcune ONG impegnate nella Mine Action. Ebbene, nei mesi successivi, grazie all’impegno dei suddetti “complici”, quella chiacchierata ha preso forma e concretezza nella partecipazione ad un progetto in Uganda e ad un progetto in Algeria (a partire dal prossimo Ottobre). Riuscire a realizzare tutto questo in poco tempo, offrendo un contesto che vanta professionalita’ e garantisce la sicurezza del personale, e’ un grande risultato, il cui merito va in toto ai promotori (inutile sottolineare una certa “recidivitá”, visto che nel corso degli ultimi anni la Campagna Italiana Contro le Mine e’ riuscita a portare numerosi giovani a diverse Conferenze degli Stati Parte del Trattato di Ottawa contro le mine con risultati molto apprezzati).
Ma torniamo alla telefonata. Quando ho saputo di questa opportunita’... in un istante mi sono sentito molto combattuto, tra i miei sogni personali e l’impegno della vita coniugale, tra le miei motivazioni e quelle di chi forse sarebbe partito determinato a “strappare un contratto” alla ONG ospitante; si e’ affacciato anche il timore di non essere abbastanza “giovane” per questa esperienza.
Ma sotto a tutti questi pensieri l’eccitazione per questa possibilita’ scalpitava. A farle strada ci hanno pensato i chiarimenti di Tibisay e l’entusiasmo con cui mia moglie ha accolto la notizia e mi ha spinto a candidarmi. Quando, a distanza di alcuni giorni, ho letto l’email che mi comunicava che ero stato selezionato per la missione in Uganda, mi sono dovuto sedere, prendere fiato e rileggere di nuovo la mail.
Ed eccomi quindi all’aeroporto di Fiumicino, pronto ad imbarcarmi per Amsterdam e da qui per Entebbe. E’ notte, sono in viaggio dal mattino e tra poche ore decollo di nuovo. Di rischiare di perdere il volo non se ne parla, quindi notte in aeroporto, avvinghiato alla poltroncina, piedi sulla valigia (guai a chi la tocca!) e mascherina anti faretto accecante!
Forse per la stanchezza, forse per l’attesa di questa partenza (durata un mese) vorrei bruciare le tappe, chiudere gli occhi e trovarmi gia’ in Uganda. Ma ogni viaggio ha i suoi tempi e i suoi incontri, le sue attese in coda e le sue corse; se qualche genietto della lampada avesse malauguratamente ascoltato il mio desiderio, non avrei potuto apprezzare la compagnia di una cara amica a Roma nel pomeriggio e le chiacchierate con Chris di Kampala (Uganda) sul volo per Entebbe, piccolo assaggio di quello che assaporero’ tra qualche ora.
Ho sempre pensato all’Africa come al continente dalla natura selvaggia, maestosa e sorprendente, dove l’uomo e’ riuscito a raggiungere un equilibrio di sopravvivenza con l’ambiente, cogliendo la sua ricchezza e lottando contro le sue insidie; ma dove non sempre e’ riuscito a trovare un equilibrio con altri temibili avversari: gli altri uomini, sia quelli vicini sia quelli provenienti da molto lontano.
Si dice che in Africa manca tutto, c’e’ miseria materiale, a volte accompagnata da poverta’ morale; ci sono le malattie mortali e quelle piu’ comuni, ma che per mancanza di medicine sono anche piu’ micidiali delle prime; traffico di persone, violenze, guerre, massacri – se non genocidi - che si protraggono per anni per aggiudicarsi lo sfruttamento delle ricchezze della terra o per motivi tribali o religiosi. Li mine che per anni attendono silenziosamente la propria vittima.
Da domani vedro’ l’Africa con i miei occhi. Chissa’ se sara’ proprio cosi, se anch’io saro’ colpito dall’accoglienza, dai sorrisi, dagli sguardi profondi di un’umanita’ che nonostante tutte le difficolta’ sceglie la vita. Chissa’ se tra poche ore, nonostante la crema solare e tutte le precauzioni, mi staro’ cucinando sotto il rovente sole africano.
Di certo domani il mio sole sorgera’ su Kampala, illuminera’ spazi, persone, culture sconosciute, mettera’ in luce la mia ignoranza, i miei pregiudizi, le mie carenze. Forse mi brucera’, forse fara’ affiorare i miei lati nascosti. Contro questo sole non voglio usare protezione.
E’ sera, dall’oblo’ riflessi di luci sparse di una citta’ specchiata sulle acque del grande Lago Vittoria. L’aereo sta per toccare il suolo, e’ un contatto che mi stacca dai miei affetti e dal mio mondo. L’avventura sta per iniziare. A Valentina Crini, Handicap International e la Campagna Italiana contro le mine la mia ammirazione e la mia gratitudine; cerchero’ di essere all’altezza della responsabilita’ che hanno assunto, anche per il rispetto di quei giovani volontari che avrebbero potuto essere meritatamente qui al posto mio. Intimamente, vi porto con me. Avete preso la vostra crema solare?




